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    Il Budda del giorno

    Sai, con questa rubrica sulla Bibbia sto attirando più antipatie che simpatie. Mi dici che era prevedibile? Mah, a dirla tutta, forse i social non sono nemmeno il posto giusto per fare riflessioni del genere. Però, oh, si tratta solo di post in cui io parto dalla Bibbia, certo, ma ci ragiono su con quel modo mio, personale, artigianale, incerto, di ragionare su simboli e storia. Non lo faccio per catechizzare nessuno, figurati. Lo faccio per riflettere “ad alta voce”, per mettervi a parte di ciò che a oggi mi pare di aver capito su alcune cose. E per attraversare, questo sì, col mio passo zoppo, un testo che è stato attraversato da milioni di altri passi, spesso più sicuri ma non per questo, in linea di principio, più veri.

    I ragionamenti che porto qui sono dunque miei, credo che ormai tu lo abbia capito. Sono riflessioni che partono magari da una parola, da un verso, da un’immagine della Bibbia (o dalla lettura che di quella parola, verso o immagine han fatto la tradizione o qualche pensatore famoso), ma alla fine, probabilmente, dicono più di quello che penso io della vita che non di quello che dice la Bibbia. Chi lo sa.

    Forse è proprio questo che ha fatto incazzare un po’ di gente: da una parte i sedicenti atei, che non riescono a sentire nominare la Bibbia senza pensare a un vecchio con la barba che minaccia l’inferno; dall’altra i sedicenti cattolici, che appena sentono qualcuno nominare la Bibbia fuori dal loro perimetro dottrinale si affrettano a fare la guardia al tempio. Almeno su una cosa, però, questi due gruppi si trovano d’accordo: che sto sbagliando. Eppure, nessuno di loro, il più delle volte, viene qui per argomentare.

    Perché sì, parlo di Bibbia. Ma come ho detto poi ci metto dentro tutto quello che ho: tutto quello che ho letto, vissuto, pensato, capito e frainteso. Non ti offro verità indiscutibili, da difendere a spada tratta. Tutt’altro. Offro pezzi di cammino, stralci della mia ricerca personale. Verità – se così vogliamo chiamarle – che per me, e per chi ha orecchie simili alle mie, sono e restano comunque un “work in progress”. D’altronde, la Verità è o non è un processo storico, come diceva Hegel? Una faccenda aperta, dico, che non si può mai dire conclusa.

    Quindi non vengo a dirti “seguimi che ti guido” (per carità divina!), al massimo ti dico: “io sono arrivato fin qui, se vuoi facciamo un pezzo di strada insieme”. E se qualcuno si urta per le mie parole, pazienza: le mie elucubrazioni non vengono dalla cima di una cattedra, ma dal tavolino dove mi metto, la mattina, a carburare prima di andare al lavoro; dall’angolo del bar sotto casa mia (davanti a un ottimo cappuccino delattosato e decaffeinato, per amor di completezza) che da qualche tempo è diventato il mio secondo ufficietto.

    E comunque, oh: io non sono nessuno. Atei, cattolici, che vi mettete a fare a darmi importanza? Non me la merito. Non sono un esegeta, non sono un teologo, non sono un esperto di greco, ebraico o aramaico antico. Sono solo un cercatore. Come tanti altri (come lo siete voi!). Sono solo uno dei tanti che espone sé stesso sui social. Lui mette i selfie, lei mette le paste al forno, io metto i selfie, le paste al forno e ogni tanto i miei pensieri.

    A ogni modo, la mia unica vera convinzione è che per capire qualcosa bisogna farla passare attraverso di sé. Verbalizzarla, farla filtrare dalla carne, offrirla agli altri come si offre un pane spezzato (che prima del vangelo – così mi han detto – era una pratica rituale e usuale in tutte le famiglie, prima di cominciare a mangiare). Esporsi. E accettare che non tutti mangeranno con te. Anzi, molti ti rideranno in faccia.

    Tra l’altro, “pubblicare” i propri pensieri è un modo potentissimo per mettere alla prova i pensieri stessi e le proprie convinzioni: se sopravvivono all’esposizione sociale… chissà, forse vuol dire che qualcosa di buono dentro ce l’hanno. Ma se un po’ di antipatia social riuscisse a fermarmi…

    Detto questo, se proprio potessi scegliere da chi farmi contestare, mi piacerebbe che fosse qualcuno che la Bibbia l’ha almeno letta. Che ci ha perso del tempo. Che ha trovato una frase che lo ha consolato. Che si è arrabbiato, che ha pianto, che ha riso. Che ha sentito risuonare dentro una parola antica come una corda che vibra ancora, sia nel bene che nel male. Che, se la trova vecchia e pericolosa, sappia almeno per quale motivo lo pensa; che conosca la sua storia, che abbia chiesto in giro, che si sia domandato com’è che, ancora oggi, delle persone apparentemente sane di mente si mettano a leggerla e la trovino piacevolmente ispirante.

    Invece la maggior parte delle critiche mi arriva da chi non sa nemmeno quanti figli hanno avuto Adamo ed Eva. E già questo mi dà delle cose su cui riflettere. Perché stiamo parlando di pagina 1, eh.

    C’era una battuta, se non sbaglio di un altro esegeta amatoriale, che diceva del Cattolicesimo:

    “La religione fondata su un libro che la maggior parte dei suoi fedeli non ha mai letto”.

    Ed è vero. Facciamo la prova? Poni a te stesso o a un cattolico questa domanda: “Quanti figli hanno avuto Adamo ed Eva?”. C’è chi ti dice due. Caino e Abele. Se va bene. Altri ti dicono “boh”.

    (E comunque erano molto più di due, altrimenti, in accordo con il mito, come lo popolavano il mondo?!).

    E allora ti viene da pensare che prima di parlarne, forse, bisognerebbe leggerla, la Bibbia. Anche solo per sapere cosa ti dà fastidio davvero. Perché se ti senti offeso da quello che dico, potrebbe essere che sto toccando qualcosa in cui credi. O qualcosa in cui dici di non credere, ma che in fondo – è quello che sembra – ti muove lo stesso.

    Ché, poi, non dovrebbe essere così con tutte le cose? Se pensi che Mussolini sia il male, vuoi comunque prima leggerla qualcosa su di lui? Altrimenti il primo fascista viene e ti asfalta a colpi di citazioni ed esempi (magari anche inventati, ma non lo sapresti) a cui non potrai controbattere.

    Ce l’hai con i cospirazionisti, credi che siano degli idioti patentati? Bene, per quale motivo? Ah, sì, perché credono che la terra sia piatta mentre tu SAI che la terra è tonda. Poi viene il complottista e ti dice: spiegami come lo sai. E scopri che non è che lo sai davvero, perché se lo sapessi davvero sapresti anche dimostrarlo, in qualche modo, che è tonda. Ti limiti invece a dire: perché sì, perché lo sappiamo da secoli, perché la tecnologia, le foto, i video, la Nasa… Ok, anche qui, il complottista verrà e ti asfalterà. Perché lui avrà letto e studiato – MALE, ok – la sua posizione, e nel peggiore dei casi saprà ripetere a pappardella le versioni di chi, nel tempo, ha foraggiato le sue teorie. Mentre tu, semplicemente, ti sei semplicemente “fidato” di qualcuno che, a senso, hai ritenuto autorevole. Hai “creduto”, insomma.

    Tu tornerai comunque a casa convinto dei ca**i tuoi, però dentro c’avrai una rabbia… “Sto cretino”, ti ripeterai, “voleva davvero convincermi!”. E però il cretino è fuori che si diverte e tu stai ancora pensando a lui, rodendoti il fegato.

    In questo senso, anche l’ateismo cieco è una forma di fede. Se ti opponi alla Bibbia con la spada tratta e non l’hai mai letta, sei esattamente come chi la difende a oltranza senza averla mai letta o capita. In entrambi i casi c’è una pretesa di sapere senza aver attraversato. E non la chiamerei nemmeno ideologia, perché l’ideologia, almeno secondo me, un minimo sindacale di consapevolezza, a volte, te la concede. Qui invece c’è solo tifo, c’è – è la mia opinione, va bene – un po’ di paura: quella che “se crolla una nostra certezza muore una parte di noi”.

    E infine ci sono quelli che mi dicono: “Eh, ma tu ci credi? E allora sei un predicatore”. E altri che mi accusano del contrario: “Eh, ma tu non ci credi davvero, tu inventi, dici troppe cose strane”. Per ultimi, ci sono quelli che urlano all’ipocrisia: “Predichi bene e razzoli male, cambi continuamente opinione”. Una mi ha detto: “Ti conosco da una vita, dieci anni fa non avresti mai scritto certe cose e secondo me tra dieci anni cambierai di nuovo opinione”.

    E grazie al ca…

    Grazie al cielo, cioè, e letteralmente: “sono vasto, contengo moltitudini: certo che mi contraddico!”. L’ha detto Walt Whitman, questo, non io.

    E così, oggi, volevo parlare un attimo del buddismo. Perché anche lì, in quell’altra storia sacra, si dice qualcosa che forse potrebbe aiutare a capire meglio non solo il modo in cui leggo la Bibbia io, ma anche il modo in cui molte persone reagiscono, troppo in fretta, a chiunque osi toccare certi temi fuori dai binari.

    Il buddismo, come lo conosciamo in occidente, ci sembra avere una strana umiltà di fondo: non ti dice cosa pensare – come sembrano invece fare le religioni organizzate – ma come guardare. E la prima cosa che ti insegna è che non puoi vedere chiaramente se sei troppo attaccato a ciò che credi già di sapere. Se sei attaccato all’idea di avere ragione. Se reagisci invece di ascoltare.

    In sanscrito si chiama avidyā: ignoranza. Ma non è un’ignoranza da scuola, non è che ti mancano delle informazioni: ti manca la vista. Sei come uno che crede di conoscere un luogo solo perché ne ha visto la mappa (o perché lo ha visto in televisione). E allora tutto ciò che non rientra in quella mappa lo rifiuti, lo combatti, lo prendi come un attacco.

    Buddha dice, nel Mahānidāna Sutta, che

    “È attraverso l’ignoranza che sorgono tutte le formazioni mentali. Con la cessazione dell’ignoranza, cessano anche le formazioni mentali.”

    (Buddha, Mahānidāna Sutta – DN 15)

    Ecco, quelle “formazioni mentali” sono anche i pregiudizi, i riflessi automatici, le etichette appiccicate sulle cose prima ancora di averle toccate davvero. Quando dici “questo è eresia”, “questo è fanatismo”, “questo è ridicolo”, ma non ti sei mai fermato ad ascoltare il cuore da cui quelle parole sono venute, stai solo reagendo da dentro una forma mentale. Magari non tua. Magari assorbita chissà dove. Magari ereditata, mai verificata.

    E infatti Buddha lo dice chiaro – e lo dice in un sutta fondamentale, il Kalama Sutta – che non bisogna credere a nulla solo perché lo si è sentito dire, o perché lo dicono in tanti, o perché lo dicono i libri sacri.

    “Non credere a nulla solo perché lo hai sentito. Non credere a nulla solo perché è detto da molti. Non credere a nulla solo perché è scritto nei tuoi libri religiosi. […] Ma dopo osservazione e analisi, quando trovi che qualcosa è in accordo con la ragione e conduce al bene e al beneficio di tutti, allora accettalo e vivi secondo esso.”

    (Buddha, Kalama Sutta – AN 3.65)

    È uno dei passi più profondamente liberi della storia del pensiero umano. E viene da un testo sacro. Ma, guarda caso, pochi lo citano. Perché anche nel buddismo, come ovunque, c’è chi preferisce la bandiera alla via.

    E quando ci si aggrappa a una bandiera, succede questo: si giudica. Si aggredisce. Ci si contrappone. E Buddha, anche questo lo dice, lo conosce bene questo meccanismo:

    “Le persone intrappolate nelle loro opinioni si scambiano parole taglienti, discutono, e poi combattono tra loro”

    (Sutta Nipāta, v. 836).

    Potremmo trascriverlo su un muro di Facebook e funzionerebbe come descrizione esatta del 90% dei commenti a ogni post che prova a dire la propria. Come se fosse impossibile distinguere tra un attacco e un’invocazione. Come se le parole “Bibbia”, “Cristo”, “Dio”, fossero una specie di scintille che fanno esplodere il nervo scoperto di chi non ha mai guardato a fondo dentro di sé.

    E allora ecco che a me, che ci provo – con tutti i miei limiti – a cercare un senso, arriva l’accusa: “Ah, allora credi. Quindi stai predicando”. Oppure: “Ah, ma allora non credi abbastanza. Non puoi decidere tu cosa salvare e cosa no della Bibbia!”.

    (Ché, tra l’altro, come ho scritto qualche giorno fa, io salverei tutto della Bibbia, semplicemente contestualizzandolo).

    Ma io non sono un prete. Né un apostata. Non sono bastone né bandiera. Sono ANCHE tutte queste cose, forse, e nessuna di esse completamente. D’altronde, come ho detto: sono vasto, posso essere qualsiasi cosa.

    Nel buddismo, a proposito di vastità, c’è un’altra immagine che amo moltissimo. È nel Udāna 5.5, quando il Buddha dice:

    “Come il vasto oceano ha un solo sapore – quello del sale – così il mio insegnamento ha un solo sapore: quello della liberazione.”

    (Buddha, Udāna 5.5)

    Non dice “ha il sapore del Paradiso”. Non dice “ha il sapore dell’ortodossia”. Dice: liberazione. Allora se io leggo la Bibbia – o un testo gnostico, o un vangelo apocrifo, o un sutra zen – e in quel momento qualcosa in me si apre, qualcosa si scioglie, qualcosa si riconnette con la sorgente, quello è il sapore che conta. Il resto è rumore.

    Ecco, quello che provo a fare in questa rubrica è cercare quel sapore lì. Non di dimostrare qualcosa. Non di convincere nessuno. Ma di condividere una via, una sete, un’eco. Non ho niente da insegnare. Ma forse qualcosa da raccontare sì. E se nel frattempo ti dà fastidio, ti urta, ti muove qualcosa… può darsi che non sia una brutta notizia.

    Post-scriptum:

    Ah. Dimenticavo.

    Volevo tornare un attimo su quelli che dicono che “la Bibbia ha fatto solo danni”, che “i preti sono tutti pedofili”, che “il cristianesimo è una religione violenta, ed è cento volte meglio il Buddismo!”. E lo dicono convinti. Senza forse essersi mai seduti a leggere una paginetta del Vangelo o aver mai passato nemmeno un pomeriggio dentro un convento, in silenzio. Senza aver fatto un ritiro spirituale con dei frati trappisti o aver trascorso qualche giorno in un eremo buddista. Senza insomma aver visto niente, se non quello che già credevano di sapere.

    È ovvio e umanamente comprensibile: in tv, per esempio, fanno più ascolti gli scandali dei preti pedofili che la storia di un frate missionario morto solo in un villaggio africano. E se parli bene della Bibbia, ti trattano come un ingenuo. Se ne parli male, sei nel partito giusto. Funziona così: lo sappiamo. Come al cinema, dove i film che fanno più soldi sono quelli più facili. Semplificazioni di pancia: da un lato “Prega Gesù e guarirai”, dall’altro “I preti sono tutti criminali”. La gente vuole semplificazione, e l’indignazione è un’emozione semplicissima da evocare. Ma la realtà – come sempre – è più complicata, più umana e più interessante.

    Molti, poi, citano il Buddismo come “alternativa più pacifica”, “più laica”, “più intelligente” al Cristianesimo. Ma anche lì, se uno guarda davvero, scopre che non è tutto armonia e sorrisi. In Myanmar, per esempio, il buddismo non è stato affatto quella religione dolce, pacifica e nonviolenta che molti amano contrapporre al cristianesimo. A partire dal 2012 – ma le radici sono più antiche – alcuni monaci buddisti hanno giocato un ruolo attivo nella persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, nello Stato di Rakhine. Ci sono stati interi villaggi bruciati, stupri di massa, esecuzioni. Decine di migliaia di persone uccise, centinaia di migliaia costrette a fuggire oltre il confine. E no, non parliamo solo di militari: a fomentare l’odio, a benedirlo pubblicamente, c’erano anche figure religiose, come Ashin Wirathu, soprannominato dalla stampa “il Bin Laden buddista”. Un monaco che parlava di pulizia etnica come se fosse un atto di fede. Per difendere “la purezza della nazione”, diceva.

    Anche in Sri Lanka, nello stesso periodo, sono nati gruppi organizzati di monaci nazionalisti – come il Bodu Bala Sena – che hanno incitato alla violenza contro le minoranze musulmane e cristiane. Nel 2014, a seguito delle loro manifestazioni, ci sono stati scontri, incendi dolosi, negozi distrutti, morti. E anche lì, il messaggio era sempre lo stesso: “difendere la nostra religione”. Come se la religione fosse una fortezza da presidiare invece che una strada da camminare.

    E anche nei testi sacri buddhisti, se li si legge senza filtri idealizzanti, si trovano versi spigolosi, selettivi, apparentemente contraddittori (versi insomma da contestualizzare al periodo storico in cui sono stati scritti). E allora, cosa facciamo? Buttiamo anche il buddismo nella spazzatura?

    Questo non per dire che “tutte le religioni sono uguali” nel peggio. Ma per ricordare una cosa semplice: ogni forma spirituale può essere usata come identità e come arma. Anche quelle che sulla carta parlano solo di pace. La differenza non la fa il nome della religione, ma l’uso che se ne fa, e il modo in cui la si percepisce. Se diventa una bandiera, se diventa un confine, se diventa un modo per dire “noi contro loro”, allora anche la preghiera più pura può diventare miccia.

    No. Quello che possiamo fare, invece, è accorgerci che ciò che emerge, nel discorso pubblico, non è mai tutto. È solo la parte che buca lo schermo, che fa scalpore, che conferma le paure o i pregiudizi. E non è colpa nostra se il nostro sguardo si ferma lì: è che il mondo che ci raccontano è costruito proprio per farci fermare lì.

    In questa rubrica, poi, – lo dico chiaramente – non sto mica parlando della Chiesa. Né della Chiesa cattolica, né di un’altra chiesa. E nemmeno voglio parlare di “credere o non credere”. MI intesessa la Bibbia come testo. Un testo che, se vuoi, puoi anche non credergli e apprezzarlo lo stesso.

    Ma se vuoi saperla tutta, persino nel Vangelo ci sono critiche alla Chiesa, critiche premonitorie, non molto differenti da quelle che ti senti di fare tu. Come nell’episodio dell’emorroissa (Mt 9,20-22): lei non si professa credente, non recita nessuna formula, non fa parte del gruppo. Ma si fa largo nella folla, allunga una mano e tocca il lembo del mantello. E Gesù si ferma. “Chi mi ha toccato?” chiede. E poi le dice: “La tua fede ti ha salvata.” Non “il tuo catechismo”, non “la tua ortodossia”. La tua fede. Che è desiderio, gesto, rischio, contatto.

    E Gesù, in questo racconto, sente il suo tocco leggero e silenzioso della donna che lo ha capito – che nel suo messaggio ha creduto – pur sovrastato dal tramestio grossolano e superficiale della folla che ha intorno (una folla che è un gregge di pecore belanti, metafora – per molti esperti – della Chiesa fatta di persone, opulenta, a volte marcia dentro, mai sul pezzo, arretrata e sorda al vero messaggio evangelico). Fabio Rosini ha scritto un libro bellissimo partendo proprio da questo episodio. Se vi interessa, cercatelo. Si intitola “L’arte di guarire” e non è un libro per teologi. È un libro per chi cerca. Per chi si fa largo nella folla per toccare qualcosa che sente vero.

    “Lo so, lo so”, sembra dire Gesù, la Chiesa che è sarà fondata in mio nome attirerà anche un mucchio di persone inconsapevoli e dannose per la Chiesa stessa, ma tu vieni comunque, perché anche in mezzo a quel casino mi vedrai e io ti vedrò

    E allora, per concludere: questa rubrica non è un corso di religione, né un esercizio di devozione, né un tentativo di difesa. Non è nemmeno una provocazione. È un cammino a voce alta. È un modo per dire: io sto leggendo questo libro antico, e mentre lo leggo capisco delle cose. Non sempre sarà preciso, puntuale. Ma quando succederà, sento che valuterai la pena di fermarti a parlarne con me. Tutto qua.

    Non sto cercando di convincere nessuno, amico mio. Sto cercando di ragionare a voce alta, come si dice. E se quello che leggi ti urta, ti emoziona, ti risveglia qualcosa – anche solo un pensiero che prima non c’era – allora forse ho fatto bene il mio lavoro. Anche se non ci credi.

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    L’amore perfetto scaccia la paura

    Da quando ho iniziato a scrivere questa rubrica, mi succedono cose curiose. Jung le avrebbe chiamate sincronicità: non coincidenze, e nemmeno segni divini. Piccoli cortocircuiti di senso che si accendono nel momento giusto.

    Ieri, per esempio, stavo cercando una chiave di lettura per tre versetti che mi ero appuntato a distanza di tempo su un vecchio bloc notes che non tocco da anni, quando nel feed IG mi è comparso un post, e da lì è partita una conversazione con un amico che ha acceso qualcosa.

    Ne è uscita una riflessione che provo a condividere qui sotto. Come sempre: sono pensieri miei, ispirati dalla mia storia, dalle mie ferite e dal mio modo — personale, limitato, ma sincero — di guardare il mondo. Non sono verità rivelate, né tanto meno prediche. Sono riflessioni sulla fine del mondo (per citare un bel libro), ma soprattutto su come non finire con esso.

    Come al solito, parlando di “Dio”, intendo sempre quel senso ultimo della vita che ognuno di noi è chiamato a trovare per sé. Non è il dio con la barba di tanta iconografia, ma un dio molto più vicino a quello che Marco Aurelio chiamava principio direttivo: una parte profonda che ci orienta, che ci rende più umani — e più liberi. Sono, sì, riflessioni spirituali, ma non confessionali. E anche se partono dalla Bibbia, provo ad astrarle nella maniera piùl laica possibile.

    «L’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore.»

    — 1 Samuele 16:7

    Il primo Versetto del Giorno nasce da una scena concreta: il profeta Samuele si presenta a casa di Iesse per scegliere, su indicazione di Dio, il futuro re di Israele. Davanti a sé trova giovani forti, belli, carismatici. Eppure, nessuno di loro è scelto. Alla fine, Dio indica Davide, il più piccolo, il più trascurato, il pastore che nemmeno era stato invitato al banchetto.

    Nella tradizione ebraica, il “cuore” (lev) è il centro della coscienza, il luogo del discernimento e della verità. Non è la sede dei sentimenti, come nell’uso moderno, ma il punto più profondo dell’essere. Quando si dice che Dio guarda al cuore, si intende che guarda alla verità ultima della persona — non al suo ruolo, né al suo corpo, né al suo curriculum.

    Oggi potremmo dire: non ti definisce il tuo profilo pubblico, né quello digitale. Né il tuo corpo, né il tuo passato. La tua identità non è nei dati, nei titoli, nei like. È in quel punto invisibile che solo tu, se vuoi, puoi abitare davvero. È lì che risuona il tuo vero nome. E forse per questo è anche il luogo più difficile da raggiungere. Ci si perde, a furia di sguardi esterni. Si finisce per vivere in superficie. Ma la superficie non è mai libera: è sempre territorio occupato.

    «Nell’amore non c’è paura; al contrario, l’amore perfetto scaccia la paura, perché la paura suppone un castigo; e chi ha paura non è perfetto nell’amore.»

    — 1 Giovanni 4:18

    Questo versetto viene da una delle lettere più dense e disarmanti del Nuovo Testamento. Giovanni parla dell’amore come di qualcosa che non viene da noi, ma da Dio, e che può abitare in noi solo quando smettiamo di chiuderci. L’amore non è un sentimento da provare, ma una condizione da permettere.

    E la paura, qui, è l’opposto: non perché faccia male, ma perché spezza la fiducia. La paura suppone un castigo: cioè si aspetta che qualcosa vada storto, che ci sia un prezzo da pagare, che il mondo sia un tribunale. E allora chi ha paura non può amare pienamente: è troppo occupato a proteggersi.

    Questa frase non è una condanna: è una diagnosi. Dice che ogni volta che viviamo mossi dalla paura — di perdere, di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere fregati, controllati, annientati — stiamo rinunciando a qualcosa di molto più prezioso. Non si può amare e temere allo stesso tempo. E non si può essere davvero liberi, finché si è in fuga.

    L’amore, in questa visione, è il contrario del sospetto. È un atto rivoluzionario di fiducia nella vita. Ed è da lì, non dalla rabbia o dal controllo, che nasce la vera forza interiore.

    «Essa costringeva tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra e sulla fronte, e nessuno poteva comprare o vendere se non aveva il marchio.»

    — Apocalisse 13:16-17

    Questo passo è stato letto in molti modi. Alcuni pensano che descriva sistemi futuri di sorveglianza, moneta digitale, controllo identitario. Ma l’Apocalisse è un libro visionario, fatto di simboli, e la sua forza sta proprio lì: parla di ogni tempo.

    La “bestia” non è un’entità specifica, ma qualunque forza disumanizzante che pretende fedeltà assoluta. Il suo marchio non è un chip o un tatuaggio: è l’adesione interiore a una logica di dominio. È quando abdichi al tuo cuore, e lasci che qualcun altro — il potere, il denaro, la paura, la massa — pensi per te.

    Il marchio sulla fronte e sulla mano indica qualcosa di molto preciso nel simbolismo biblico: la fronte è il pensiero, la mano è l’azione. Cioè: sei marchiato quando la tua mente e le tue scelte non sono più libere, ma rispondono a un padrone esterno.

    Il punto non è evitare il marchio. Il punto è non adorare la bestia.

    Non darle autorità. Non darle tutto te stesso.

    Perché il vero pericolo non è ciò che ti fanno. È chi scegli di servire.

    La vera libertà non sta nel difendersi da ciò che viene da fuori, ma nel sapere da dove vengono le tue scelte.

    E allora, sì: viviamo in un tempo in cui le identità vengono registrate, classificate, vendute. I nostri gusti, i nostri movimenti, perfino i nostri silenzi vengono collezionati, confrontati, trasformati in profilo.

    Stati, aziende, algoritmi ci conoscono sempre meglio, e non è detto che sia sempre un male. Ma una cosa è certa: nessuno può raccogliere il cuore. Nessuno può decidere per te a cosa pensi, che valore dai alle cose, chi vuoi diventare.

    Ed è lì che ci si gioca tutto.

    Non nella firma. Non nel badge.

    Ma nella fedeltà a ciò che non si vede.

    Nel non vendere il cuore per un po’ di protezione.

    Nel ricordare — ogni giorno — che la vera identità è in ciò che non si può marchiare.

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    Il lato oscuro della Bibbia

    Un paio di voi mi hanno scritto, in questi giorni, con delle obiezioni che meritano tutta l’attenzione del mondo. Ne scelgo una che, in qualche modo, le rappresenta tutte.

    — Belle le cose che scrivi sulla Bibbia, ma è curioso come scegli solo i passi “presentabili”. Perché non parli, per esempio, del modo in cui viene considerata la donna nel Deuteronomio?

    E allora partiamo da qui, da uno dei libri paradossalmente più importanti della Bibbia.

    Le ombre oscure della bibbia

    Per esempio:

    «Ma se l’accusa è vera, e risulta che la ragazza non è vergine, sarà condotta all’ingresso della casa di suo padre e gli uomini della città la lapideranno a morte, per aver commesso un’infamia in Israele prostituendosi se nella casa paterna. In questo modo eliminerete il male da voi” – Deuteronomio 22:20–21

    Però:

    “Ma se l’uomo avesse trovato la sua giovane sposa nei campi e le avesse fatto violenza, solo l’uomo che l’ha violentata dovrebbe morire. Alla ragazza, invece, non farai nulla. Non ha commesso un peccato degno di morte” – Deuteronomio 22:25–26.

    Ma, di nuovo:

    “Se un uomo trova una fanciulla vergine, che non è sposata, e la afferra e si corica con lei, e la cosa è giudicata: chiunque avrà rapporti con lei darà cinquanta monete d’argento al padre della fanciulla e la prenderà in moglie, perché l’ha umiliata; non potrai tenerla lontana per il resto della tua vita. – Deuteronomio 22: 28–29.

    E non solo contro la donna:

    “Un eunuco a cui siano rotti o mozzati i testicoli, o a cui sia amputato il pene, non entrerà nella chiesa del Signore” – Deuteronomio 23:1.

    “Se qualcuno giace con un uomo come con una donna, entrambi commetteranno un abominio, o saranno uccisi; il suo sangue ricada su di loro” – (questa viene dal Levitico, 20:13)

    “Nessun figlio illegittimo entrerà nell’assemblea del Signore fino alla decima generazione” – Deuteronomio 23:3.

    Infine, un passo che sembra molto attuale, che non viene dal Deuteronomio ma da un altro dei libri con contenuti “discutibili” della Bibbia:

    “Così dice il Signore degli eserciti: Mi sono ricordato di ciò che Amalek ha fatto a Israele; come gli si oppose durante il viaggio, mentre saliva dall’Egitto. Va dunque ora e colpisci Amalek; e distruggi completamente tutto ciò che ha e non perdonarlo; ma ucciderai uomo e donna, da bambino a bambino, dal bue alla pecora, e dal cammello all’asino” – 1 Samuele 15:2,3

    (In breve, quest’ultimo passo presenta un comando esplicito e divino di guerra totale — uomini, donne, bambini, neonati, animali — con l’intento di “purificare” la comunità dall’antico nemico Amalek, che già li aveva attaccati all’uscita dall’Egitto. È una forma estrema di giustizia retributiva, un’azione di sterminio sacro, rivolta a cancellare ogni traccia del “male” percepito come minaccia esistenziale per Israele. In soldoni: dio ordina a Israele un genocidio.

    Un libro difficile, eppure centrale

    Il Deuteronomio è uno dei libri più duri, spigolosi e — se lo leggiamo con occhi di oggi — respingenti di tutta la Bibbia. È pieno di frasi che fanno rabbrividire: donne trattate come proprietà, stranieri da sterminare, figli da lapidare se ribelli, e Dio stesso che sembra geloso, vendicativo, collettivo nella punizione. E allora perché è ancora lì? Perché nessuno l’ha mai tolto? La risposta breve è: perché non si può. La risposta lunga è che il Deuteronomio è la spina dorsale dell’identità religiosa del popolo ebraico. È il testamento di Mosè, il suo ultimo discorso prima di morire. Rilegge tutta la Legge, la riscrive, la indurisce. E nel farlo — nel dare regole, nel promettere benedizioni e maledizioni, nel ricordare al popolo da dove viene e cosa ha passato — compie un’opera gigantesca: costruisce un’identità collettiva in un tempo in cui quella identità rischiava di sbriciolarsi. Israele era minacciata dall’esterno, e forse già in esilio. E allora ecco un libro che, come un padre spaventato, alza la voce per tenere unita la casa.

    Il male come tappa, non come meta

    Quando leggiamo il Deuteronomio e troviamo parole intrise di sessismo, tribalismo, esclusione, non stiamo leggendo parole di luce, ma parole dentro la storia. Parole pronunciate da un popolo che stava cercando di sopravvivere, spesso in guerra, spesso sottomesso. La religione non nasce come dolcezza universale: nasce come patto di sangue, come strumento di coesione. E solo molto dopo, molto lentamente, evolve. Il Deuteronomio non è la fine del cammino, è una tappa. E proprio per questo non può essere tolto: togliere i passaggi oscuri dalla Bibbia significherebbe falsificare il processo umano e spirituale che la Bibbia racconta. Sarebbe come strappare le pagine peggiori di un diario per far finta di essere stati sempre migliori. La verità è che la Bibbia non è un monolite e non è nemmeno un manifesto di perfezione. È un organismo vivente, stratificato, pieno di contraddizioni e trasformazioni. Se ci entri davvero dentro, ti costringe a scegliere che idea di Dio vuoi abbracciare.

    Gesù conosce il Deuteronomio a memoria

    Eppure, nonostante tutto, è proprio questo libro che Gesù conosce a menadito. Quando è nel deserto e viene tentato dal diavolo, ogni risposta che dà è una citazione del Deuteronomio. È come se, dentro quel libro faticoso, trovasse non solo legge, ma anche vita. Perché il Deuteronomio contiene anche questo: “Scegli la vita, perché viva tu e la tua discendenza”. Contiene la frase che Gesù trasformerà nella sua preghiera più importante: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, tutta l’anima e tutta la forza”. Sono semi nascosti tra rovi. Fiori in mezzo al fango. E sono proprio questi fiori, nascosti in mezzo al dolore, che la spiritualità successiva farà crescere, portandoli fino a diventare alberi — nel profeta Osea, nei Salmi, nel Cristo.

    Una ferita che serve a guarire

    La verità è che il Deuteronomio è rimasto lì proprio perché è una ferita. Non si può guarire davvero se non si conosce da dove si è passati. La Bibbia non ci propone una visione già purificata del mondo: ci accompagna nel fango, nella violenza, nell’ingiustizia, anche nell’orrore, e ci costringe a scegliere. Vuoi quel Dio lì, che punisce e divide, o ne cerchi un altro, che consola e unisce? Vuoi ripetere il Deuteronomio, o vuoi superarlo? Perché se togliamo i testi duri, perdiamo anche la possibilità di vedere quanto siano stati superati. Perdiamo il contrasto. E allora sì, il Deuteronomio è misantropo, misogino, duro, violento. Ma è anche l’origine da cui si parte per dire qualcosa di nuovo.

    La Verità è un processo storico

    Il Deuteronomio non è l’ultima parola: è una tappa, un passaggio, una forma storica che ha avuto il suo tempo e il suo senso. Avete presente Hegel? Per il filosofo tedesco, la Verità non è una cosa fissa da custodire in una scatola, ma un processo vivo, storico, dialettico. È fatta di contraddizioni che non si annullano, ma si attraversano, si comprendono, si trasformano. La Bibbia, letta così, non è un dogma immobile ma un cammino di rivelazione che va da Adamo – lo stato originario, la nudità, il disorientamento – passando per Mosè, la Legge, l’ordine, il controllo, fino ad arrivare a Gesù, dove tutto si ricompone in una nuova sintesi. “Tutto è compiuto” non vuol dire che tutto è fermo: vuol dire che l’idea di Dio, passata attraverso il sangue e la paura, può ora mostrarsi nella sua forma più radicale e semplice — amore, perdono, universalità.

    E allora Trump? E allora nella Striscia di Gaza?

    Potreste, tuttavia, obiettare ancora che proprio oggi, assistiamo a un ritorno di quelle forme arcaiche: razzismi eleganti nei modi ma feroci nei contenuti, sessismi normalizzati, politiche identitarie che parlano di purezza, di ordine, di “difesa della civiltà”. Non sono lapidazioni, ma sono esclusioni. Non sono codici di pietra, ma algoritmi, leggi, decreti, slogan. E sembrano venire da lì, da quel bisogno antico di dividere, punire, possedere. Ma la storia non è un cerchio chiuso, è ciclica, sì, MA evolutiva.
    Vico, Platone, tanti altri parlano di cicli — età dell’oro, d’argento, del ferro — ma ogni ciclo può aprire una possibilità nuova. La Bibbia stessa funziona così: non cancella, non rinnega, ma rielabora. E forse anche noi, oggi, possiamo decidere se ricalcare la spirale verso il basso o verso l’alto. Se tornare ai codici del sospetto, della vergogna, del controllo. O se compiere davvero — questa volta fino in fondo — quella Verità che da sempre ci chiama all’Amore.

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    LE PAROLE DI GESÙ

    Ma come parla Gesù?! Dove ha preso “le parole” per rivoluzionare il mondo? Me lo chiedo perché – che ci crediamo o no al fatto che fosse il Figlio di Dio, che moltiplicasse pani e pesci, che camminasse sulle acque, che abbia resuscitato i morti e vinto la morte egli stesso – dobbiamo comunque constatare che oggi non c’è angolo del mondo in cui la sua filosofia non abbia attecchito almeno un po’. Chiedetevi in che anno siamo. E in che anno siamo in quasi tutte le parti del pianeta. E poi fateci caso: la figura di Gesù, vera o no, ha prodotto mutamenti profondi nella storia dell’uomo. E a me piacerebbe davvero tanto capire come ci è riuscito.

    Per farlo, credo sia importante e interessante cominciare dal modo in cui ha costruito il suo messaggio, chiedersi dove ha preso quei concetti rivoluzionari — di amore, di perdono, di fratellanza in un dio padre — con cui ha suggerito ai suoi contemporanei un cambio di prospettiva che, per quei tempi, era nuova e inimmaginabile.

    PADRE, PAPÀ

    Partiamo allora dal concetto di “Padre”.
    Per Gesù, Dio non è Re, non è Giudice, non è Sorgente, né Essere Supremo. Per Gesù Dio è Padre, e non solo: è Abbà, che in aramaico è una parola familiare, intima, da bambino. Potremmo tradurla con “papà” o “babbo”.

    In Marco 14,36, Gesù prega nel Getsemani dicendo:

    «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».

    È l’unica volta nei Vangeli in cui questa parola viene riportata esplicitamente in lingua originale, quasi a volerci restituire la sua carica affettiva. È un’intimità con Dio che nella religione ebraica non c’era: anche nel Vecchio Testamento Dio è chiamato “padre”, ma in senso collettivo, mai personale. In Isaia 63,16 per esempio si legge: «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore». Ma non è un rapporto diretto, né affettuoso, né intimo. Gesù lo rende invece personale, umano, vicino. Si rivolge a Dio come un figlio che sa di essere amato. E questa è già una rivoluzione.

    Ma da dove viene, a Gesù, questa visione del padre? Cosa lo ha reso capace di pensare Dio in questi termini? Io ho una mia ipotesi: credo che Gesù abbia avuto un buon padre terreno: Giuseppe, un uomo che accetta di crescere un figlio non suo.
    Mi spiego meglio, il falegname Giuseppe, nei Vangeli, cresce un figlio che è suo ma è anche di qualcun altro, di un Altro più grande di lui, che lo supera e lo trascende. Un padre che, sapendo che quel figlio non gli appartiene, lo ama senza volerlo possedere.
    Giuseppe, “figlio di Davide”, non ha un cognome e non viene raccontato molto dagli evangelisti: non ha una sola battuta nei Vangeli! Eppure, è una delle figure più silenziosamente potenti. Egli è il padre che non proietta sul figlio i propri sogni irrealizzati. È il padre che sa che il figlio non deve diventare ciò che lui vorrebbe, ma ciò che è venuto ad essere. È il padre che custodisce ma non governa.

    Nel Vangelo di Luca 2,49, c’è un episodio che trovo emblematico per il discorso che sto cercando di portare avanti. Gesù dodicenne, dopo essere stato cercato dai genitori per tre giorni, viene infine ritrovato nel Tempio. Alla madre, che gli chiede perché li abbia fatti preoccupare, lui risponde:

    «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
    (Luca 2,49)

    Eppure, Giuseppe è lì, davanti a lui. Ma Gesù sa già di avere un’altra “origine”, un’altra “missione”. E ciò che colpisce è che né Giuseppe né Maria lo contraddicono. Si dice solo che

    “non compresero le sue parole”,

    ma poi

    “sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”
    (Lc 2,50-51).

    Cioè: lo lasciano essere. Non lo bloccano. Non hanno idea di cosa stia facendo, ma lo accompagnano, lo sostengono persino. Se pensate alla vostra infanzia e ai vostri genitori, troverete che ancora oggi un atteggiamento del genere può sembrare rivoluzionario.

    Nel mondo antico, poi, i figli erano legalmente proprietà dei padri. La Legge, il lignaggio, la cultura imponevano ruoli precisi. Giuseppe, invece, rompe lo schema. E forse è proprio grazie a questo che Gesù può scoprire chi è davvero. Può chiamare Dio Abbà, perché ha avuto un papà che lo ha lasciato essere sé stesso. Non un padre padrone, ma un padre guida. Non uno che impone, ma uno che accompagna e poi si fa da parte. E secondo Gesù, è così che Dio è padre per tutti i suoi figli.

    Se cerchiamo esempi simili nel Vecchio Testamento, troviamo Abramo che è disposto a uccidere Isacco su ordine di Dio. Troviamo padri violenti, padri re, padri feriti. Ma mai un padre che cresce un figlio con questa disponibilità all’abbandono.

    La mia idea è che Gesù abbia riconosciuto l’amore di Dio nell’amore speciale che gli ha dato il suo padre terreno, il suo padre “putativo”. E che abbia usato questa metafora per spiegarlo anche agli altri.

    Giuseppe scompare presto dai Vangeli, senza far rumore. Ma prima di scomparire, fa tutto quello che serve: protegge, ascolta i sogni, obbedisce al mistero, scorta la famiglia in Egitto, li riporta indietro proteggendoli con tutta la sua forza. Cresce il giovane Gesù finché non è pronto alla vita. E poi si fa da parte.

    Giuseppe è un’eccezione assoluta.

    E anche Maria lo è.

    LA VERGINITÀ GENEALOGICA DI MARIA

    Anche la Madonna “lascia andare”. Lo vediamo già nella sua risposta all’angelo:

    «Avvenga per me secondo la tua parola»
    (Lc 1,38).

    Questa giovanissima donna non impone nulla, non trattiene: si fida di dio, cosa che, se intendiamo dio nella maniera più laica possibile, potrebbe significare che Maria si è affidata “semplicemente” all’ordine delle cose. E quando Gesù comincia la sua predicazione, lei non lo ferma. Quando capisce che il viaggio di suo figlio finirà sulla croce, lo accompagna, ma non lo trattiene. È madre, non padrona.

    Forse, quando la tradizione “decide” la verginità di Maria intende proprio questo. Non tanto il fatto di non avere avuto rapporti sessuali, ma di non avere “peccati” da proiettare sul figlio, di non averne ereditati lei stessa e quindi di poterlo crescere senza alcuna volontà di possesso. La Chiesa ha fatto della verginità un dogma (Immacolata Concezione, 1854), ma io preferisco leggere simbolicamente ciò che l’istituzione spesso ha preso semplicemente alla lettera.

    Anche perché l’origine storica (e la lettera) di questo concetto è abbastanza discutibile. Esso deriva, infatti, da una lettura della profezia di Isaia 7:14 (“la giovane donna concepirà”), dove il termine ebraico ‘almah non significa necessariamente “vergine”, ma, appunto, potrebbe semplicemente essere tradotto con “giovane”.

    E quindi proviamo a interpretare la verginità di Maria anche in termini psicologici: Maria non tramanda a Gesù traumi, colpe, nevrosi familiari, forse perché anche lei è nata in una famiglia guarita, sana, con due genitori — San Gioacchino e Sant’Anna, mutuati in realtà dai vangeli apocrifi ma, comunque, per la tradizione, Santi — che non le hanno passato il peso della colpa. Gioacchino e Anna erano due genitori sani, amorevoli, che hanno “interrotto” la catena del dolore, e per questo la loro figlia non ha ferite proprie da proiettare su Gesù.
    Quella della Madonna è una genealogia liberata. E da quella genealogia liberata può nascere un figlio che si libera. E che libera.
    Maria è madre “non possessiva”, come Giuseppe è padre “non invasivo”.

    AMA E LIBERA

    E Gesù, infatti, predica la libertà. Quando dice “seguitemi”, non intende: fate i predicatori come me. Non è un appello alla forma, ma alla verità. Vuole che ciascuno faccia quello per cui è nato, così come sta facendo Lui. Vuole che ciascuno realizzi il proprio destino profondo, non quello che ci hanno dato i genitori o la società, ma quello che arde in noi da sempre.
    In Matteo 16,24-25 dice:  

    «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».  

    Non è un invito al sacrificio sterile, ma alla verità radicale: perdi la maschera, e trovi te stesso. Lascia ciò che hai ereditato, e trova ciò che sei davvero.

    Il lessico di Gesù, quindi, è nuovo, è originale. Gesù parla di amore come nessuno prima. Non di un amore condizionato della legge (“ama il prossimo tuo come te stesso” era già in Levitico 19,18), ma dell’amore che non chiede nulla, che si dona ai nemici, ai peccatori, agli ultimi. In Matteo 5,44, nel Discorso della Montagna, dice:

    «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano».

    In Luca 6,36 aggiunge:

    «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».

    Gesà ci parla di un amore gratuito, totale, non contrattuale. È un amore che non nasce dalla legge o dalla reciprocità, ma dalla libertà di amare chi non lo merita, di perdonare chi ha fatto del male, di includere chi è stato rifiutato.

    È questo tipo di amore che nel film Quo Vadis – tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz – viene mostrato come la vera rivoluzione cristiana… Ambientato nella Roma di Nerone, il film racconta la storia del tribuno Marco Vinicio, comandante romano abituato al potere, alla conquista, al possesso. Quando si innamora della giovane Lygia, figlia adottiva di una famiglia cristiana, la vuole tutta per sé, come si fa con un bottino. Ma la comunità a cui Lygia appartiene, invece di rispondere con ostilità o fuga, lo accoglie. Nonostante lui abbia cercato di rapirla, lo ascoltano, lo curano, gli parlano. Lo guardano come un uomo, non come un nemico.

    È qui che accade qualcosa che per un romano non era concepibile: il perdono. Marco vede con i suoi occhi come i cristiani non solo rifiutano la vendetta, ma scelgono deliberatamente di amare chi li perseguita. Il tribuno è testimone di insieme di gesti e scelte della comunità cristiana che rispondono alla violenza, all’umiliazione, al sopruso con una calma, una dignità e una compassione che disarmano. È questo che sconvolge Marco: non che i cristiani siano forti, ma che non abbiano bisogno di esserlo nei termini romani. Non cercano il riscatto, non implorano pietà, non ricambiano l’odio. Scelgono di amare.

    Questa nuova concezione dell’amore, completamente straniera all’Impero, viene colta nel profondo dal personaggio di Petronio, il consigliere raffinato e disilluso di Nerone, che osserva tutto con occhi intelligenti e amari. Alla fine, rendendosi conto della miseria della civiltà in cui ha vissuto, dice una delle frasi più memorabili del film: “I cristiani ci hanno portato l’amore… e noi l’abbiamo crocifisso.” È la sintesi perfetta. Perché quello che i cristiani hanno introdotto nel mondo non è solo un nuovo dio, ma un nuovo modo di guardare l’altro. E per l’Impero Romano, basato su gerarchia, forza, dominio, questa visione era inaccettabile. Se tutti sono fratelli, se lo schiavo vale quanto il patrizio, se la prostituta può essere guardata con misericordia, allora il potere perde la sua giustificazione. Perché non puoi più dominare, giudicare, punire, se ami.

    Il perdono che Marco sperimenta – non in una scena sola, ma come percorso esistenziale – è la vera chiave della sua conversione. Per un romano educato all’onore e alla vendetta, ricevere amore invece di odio è uno choc. Non c’è nulla di più destabilizzante che essere accolti da chi si aveva cercato di distruggere. È questo che gli cambia il cuore: non un miracolo, non una dottrina, ma l’esperienza diretta di un amore che non conosce condizioni.

    UN’AMORE INDICIBILE

    Infine, una suggestione più audace, ma per me molto affascinante: c’è una teoria secondo cui Gesù, nei cosiddetti “anni oscuri” (tra i dodici e i trent’anni, di cui i Vangeli non raccontano nulla), avrebbe viaggiato in Oriente — forse in India, forse in Tibet — e avrebbe avuto contatti con le scuole sapienziali e spirituali dell’epoca. È una teoria senza fondamenti storici certi, ma interessante dal punto di vista simbolico e filosofico, perché alcuni elementi del suo pensiero sembrano davvero risuonare con certe intuizioni orientali. In particolare, colpisce come Gesù parli del Regno di Dio come di qualcosa che “non viene in modo da attirare l’attenzione” (Luca 17,20), e che “è dentro di voi” (Luca 17,21): una realtà non localizzabile, non afferrabile, eppure reale. Una verità che non si impone, ma si svela solo a chi è disposto a svuotarsi.

    In alcune scuole buddhiste, in particolare nella filosofia Madhyamaka sviluppata dal pensatore indiano Nāgārjuna (II-III secolo d.C.), esiste un modo di ragionare chiamato “tetralemma” (in sanscrito catuṣkoṭi), che si articola in quattro negazioni successive:

    1) È,

    2) non è,

    3) è e non è,

    4) né è né non è.

    Questo schema non è un semplice gioco logico, ma serve a mostrare come ogni affermazione concettuale sulla realtà ultima — chiamata śūnyatā, cioè “vuoto” — sia inadeguata. La realtà, secondo Nāgārjuna, non può essere descritta nei termini abituali del linguaggio dualistico. Non è qualcosa che “è” in senso pieno, ma non è nemmeno qualcosa che “non è”. Non si lascia chiudere in un concetto, né ridurre a un’opposizione. È una realtà che trascende tutte le categorie. In questo senso, è un “vuoto” di definizioni, non di essere.

    Il tetralemma è un modo per dire l’indicibile.

    Inoltre, questa struttura logica – che in Occidente non esisteva – anticipa sorprendentemente sia la logica paraconsistente sviluppata in epoca moderna, sia alcune intuizioni dei grandi mistici cristiani, come Dionigi l’Areopagita, Meister Eckhart o Giovanni della Croce.

    La logica paraconsistente è un tipo di ragionamento formale in cui è possibile che una proposizione sia vera e falsa allo stesso tempo, senza che il sistema collassi nella contraddizione. Cioè: ammette la compresenza degli opposti senza annullare la coerenza. Ed è esattamente quello che fa il tetralemma buddhista: rompe l’obbligo logico del “tertium non datur” – o è A, o è non-A – e mostra che la realtà profonda non si lascia contenere da questo aut-aut.

    Allo stesso modo, i mistici cristiani, pur dentro un linguaggio diverso, arrivano a dire cose molto simili. Dionigi l’Areopagita, nel suo La teologia mistica, afferma che Dio non è né luce né tenebra, né essere né non-essere, né uno né molteplice. Lo chiama “la sovraessenza”, cioè qualcosa che sta al di là di ogni categoria. Giovanni della Croce parla del “nada, nada, nada” – “niente, niente, niente” – come cammino per incontrare Dio, e Meister Eckhart dice che “Dio è un nulla e un qualcosa al di sopra di ogni qualcosa”, affermando che solo chi lascia tutto – anche le immagini di Dio – può incontrare il divino.

    Insomma, da un lato il Buddhismo Madhyamaka, dall’altro la mistica apofatica cristiana, e poi, molto più tardi (e indirettamente), la logica paraconsistente della filosofia contemporanea, stanno tutti tentando di dire una cosa simile: la verità ultima non si lascia chiudere in una formula, in una definizione, in un pensiero binario.

    Gesù, nel suo modo di parlare e agire, sembra dunque muoversi su questa soglia. Parla in parabole, risponde con domande, rovescia le attese. Dice:

    “chi perderà la propria vita la troverà”
    (Matteo 10,39),

    oppure

    “i primi saranno ultimi e gli ultimi primi”
    (Matteo 20,16),

    o ancora “beati i poveri, i perseguitati, gli afflitti” (Matteo 5).

    È un linguaggio che spiazza, che rompe, che invita a uno svuotamento, non a un accumulo di certezze. Ed è il motivo per cui la sua voce, se ascoltata senza pregiudizi, continua a parlarci anche oggi. Perché non offre risposte da manuale, ma apre spazi di libertà e paradosso. Come tutti i veri maestri.

    IL VUOTO PIENO

    Soprattutto, Gesù sembra avere l’intuizione profondissima di tradurre — e in un certo senso sostituire — un concetto trascendente e inesprimibile come quello di Dio, dell’Essere, o dell’Ordine ultimo delle cose, già rappresentato altrove con la metafora del vuoto, con un’altra parola ancora più accessibile, più umana, più fertile: amore. E non un amore qualsiasi, come abbiamo visto, ma un amore gratuito, non condizionato, non contrattuale. È come se Gesù, per parlare a una cultura occidentale ancora immatura per accogliere il linguaggio della sottrazione, della negazione, dell’assenza, avesse scelto un simbolo “pieno” — eppure altrettanto radicale.

    Perché dobbiamo ricordarlo: l’Occidente, all’epoca, non aveva nemmeno il concetto di zero. Sarebbe arrivato solo secoli dopo, dall’Oriente, attraverso il mondo arabo. E senza il concetto di zero, è ancora più difficile accogliere categorie come “vuoto”, “non-essere”, “vacuità”, che sono invece al centro delle filosofie spirituali orientali. Pensiamo, ad esempio, al nirvana: descritto come “vuoto”, ma non nel senso di assenza o mancanza, bensì come liberazione da tutto ciò che è illusione, attaccamento, brama, falso sé. Un vuoto che in realtà è pienezza di pace, di libertà, di verità.

    Gesù, in un certo senso, compie una mossa simile ma opposta: invece di parlare in termini di vuoto, parla in termini di amore. Dove gli orientali svuotano, lui riempie. Ma il risultato è lo stesso: disidentificarsi dall’ego, liberarsi dal controllo, dissolvere le illusioni. Solo che per farlo, Gesù usa una parola che l’Occidente poteva ascoltare. Una parola che porta con sé il calore dell’intimità, della relazione, della fiducia. Dove il Buddha dice: “non aggrapparti”, Gesù dice: “ama”. Ma alla fine, forse, stanno parlando dello stesso spazio. Uno spazio in cui non c’è più bisogno di trattenere niente.

    SEGUIRE IL SUO ESEMPIO, SEGUIRE SÉ STESSI

    E allora forse sì, il suo messaggio è stato davvero una rivoluzione. Il suo “amore” non si imponeva, ma liberava. La sua missione non era quella di costruire una nuova legge, ma di liberare la vecchia da tutto il peso della costrizione.

    Gesù non voleva che lo imitassimo nella forma. Voleva che lo imitassimo, appunto, nella libertà. Voleva che anche noi trovassimo chi siamo davvero, al di là delle aspettative, dei condizionamenti, dei doveri ereditati. Voleva che smettessimo di vivere secondo ciò che gli altri hanno previsto per noi, e cominciassimo a vivere secondo ciò che siamo nati per essere.

    Non ci ha detto “diventate come me”. Ci ha detto: “diventate voi stessi, fino in fondo”. E quello che ha fatto lui, lo possiamo fare anche noi. Ma per farlo, bisogna lasciare tutto. Non i soldi, le case, i genitori in senso letterale. Ma l’idea di sé che abbiamo ricevuto dal mondo. Per perderla. E finalmente, trovarsi.

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    Chiedete e vi sarà dato

    Per la vostra nuova rubrica preferita, stamattina ho scelto io un versetto preciso, che da giovane mi ha spesso entusiasmato (anche se per i motivi sbagliati e nei modi più pop). Il versetto è:

    “Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute e voi le otterrete”
    — Marco 11:24

    Quando lo leggevo da ragazzo mi sembrava una specie di incantesimo, un “formula segreta del potere spirituale”: prega, credi forte, e ottieni. Semplice. Meccanico. Automatico. Una specie di “The Secret” anticipato di duemila anni. Ma crescendo, e rileggendo questo versetto alla luce del contesto, del linguaggio e del resto del Vangelo, ho cominciato a capire che non solo non è una magia, ma che è forse il contrario di ogni mentalità magica.

    Gesù non dice “chiedete e se avete fede Dio vi ‘darà’ ciò che desiderate”; dice “credete di ‘avere già ricevuto’ ciò che chiedete, e lo otterrete”. Sembra una contraddizione logica, e invece è una rivoluzione percettiva. È un invito a spostarti di livello. Non è una promessa di esaudimento, ma un’esortazione alla fiducia anticipata. Come a dire: se quello che stai chiedendo è veramente autentico, se nasce dal desiderio giusto, se viene da un cuore accordato, allora non lo stai solo chiedendo: lo stai già ricevendo. Solo che non lo vedi ancora. Solo che non sei ancora nel punto giusto per accorgertene. Solo che sei ancora occupato a domandare e non stai ascoltando la risposta che è già iniziata.

    Il versetto arriva subito dopo un episodio bizzarro e simbolico: Gesù, affamato, si avvicina a un fico che ha molte foglie ma nessun frutto. Marco specifica che non era nemmeno la stagione dei fichi, eppure Gesù maledice lo stesso la pianta, porella. Il giorno dopo, l’albero è completamente secco. I discepoli si stupiscono, ma Gesù usa quel gesto strano per parlare proprio della fede: “Abbiate fede in Dio… se uno dirà a questo monte: ‘levati e gettati nel mare’, e non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto”. E poi arriva il nostro versetto. Ma che c’entra il fico? C’entra perché il fico, in quel contesto, è l’immagine di ciò che ha apparenza ma non sostanza, foglie ma non frutto. È il simbolo di una spiritualità sterile, teatrale, fatta di forma ma senza fiducia reale, senza frutto visibile. Gesù fa seccare quell’albero perché è l’opposto di ciò che lui sta annunciando: la fede che agisce prima di vedere, che produce frutto anche quando non è “la stagione giusta”, che non si limita a sembrare viva, ma lo è davvero, dentro. È da qui che nasce il discorso sulla fede che ottiene tutto: da un contrasto tra il vuoto e il pieno, tra l’apparenza e la sostanza.

    Questa fede di cui parla Gesù in realtà non è cieca, ma lucida. Non è pretenziosa, ma fiduciosa. Non è, soprattutto, una leva per piegare Dio alla tua volontà, ma un atto di riconoscimento: che ciò che chiedi veramente, nel tuo io più profondo, è già allineato a ciò che Dio vuole donarti.

    E qui arriviamo al punto più sottile di tutti. Quando nel Padre Nostro diciamo:

    “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”
    — Matteo 6:10

    stiamo dicendo esattamente questo: che “nel cielo”, cioè nel luogo della verità piena, la volontà di Dio è già realizzata. Non c’è conflitto, non c’è separazione. La volontà di Dio e la verità di ciò che siamo coincidono. Ma “sulla terra”, cioè dentro la nostra coscienza ferita, frammentata, distratta, questa volontà non si compie, o si compie solo a tratti. E allora preghiamo: “fa’ che qui sulla terra, dentro di me, si compia ciò che in cielo è già vero”. Non stiamo chiedendo a Dio di agire al posto nostro, ma di renderci capaci di riconoscere ciò che è già stato fatto. Di accorgerci che il desiderio più vero, quello dietro tutti i desideri — non il bisogno di essere amati, né quello di essere importanti, né quello di ottenere cose, ma la sete silenziosa di verità, di pace, di pienezza — coincide con ciò che Dio vuole. E se davvero riuscissimo ad ascoltare quel desiderio profondo, saremmo già nella volontà di Dio. E se siamo nella volontà di Dio, ciò che desideriamo non dobbiamo aspettarlo: sta già arrivando. O forse è già arrivato, ma non l’abbiamo ancora riconosciuto.

    Gesù, dunque, dice: pregate come se aveste già ricevuto. Ma non fatelo per illudervi, fatelo perché, se siete in sintonia col Regno, allora ciò che chiedete non è più capriccio, ma chiamata. E ciò che arriva non è un premio, ma una risposta a qualcosa che c’era già.
    È il famoso “potere della gratitudine”. Riempi il cuore di gratitudine ed essa risuonerà con l’universo, attirandoti altri motivi per essere grato.


    Per la solita, utilissima, libera associazione di idee, penso adesso a un’altra immagine che mi ha sempre colpito:

    “Guardate gli uccelli del cielo… non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, eppure il Padre vostro li nutre”.
    — Matteo 6:26

    Gli uccelli non hanno tasche, non hanno piani quinquennali, non hanno controllo. Ma vivono nel presente. Si fidano del giorno. Si fidano del pane quotidiano, non del magazzino. Non hanno sicurezza, ma hanno fiducia. E proprio perché non accumulano, possono volare.
    Allora forse la preghiera non è chiedere, ma fidarsi. Non ottenere, ma riconoscere. Forse la fede vera non è convincere Dio a muoversi, ma lasciare che Lui muova me. Forse pregare davvero significa smettere di aspettare miracoli fuori, e iniziare a vivere come se il miracolo fosse già cominciato dentro.
    Perché il “pane quotidiano” – cioè tutto ciò che realmente ci serve, che davvero desideriamo, e che spesso si nasconde dietro strati su strati di desideri altrui che abbiamo introiettato – è garantito dalla struttura stessa del mondo, è il nostro “reddito di cittadinanza”, con cui non è magari possibile comprarsi una Lamborghini… ma sicuramente basterà a saziare chi vive nel presente.

    P.s.:

    Se ci pensate, nel Vecchio Testamento questo tipo di logica — chiedi, credi, ricevi — in forma così esplicita, non si trova. Non c’è una promessa meccanica di esaudimento, né un’idea di preghiera come leva spirituale. Semmai l’opposto: la fede del giusto è fede che regge anche quando Dio tace, anche quando non risponde, anche quando la realtà sembra non cambiare. Abramo non ottiene subito. Giobbe perde tutto e resta lì, con la sua domanda aperta. I salmi sono pieni di lamenti, dubbi, grida verso un Dio che sembra a volte assente. Eppure, in mezzo a tutto questo, ci sono già dei semi:

    “Fidati del Signore, consegna a Lui la tua via, ed Egli agirà”
    — Salmo 37.

    Oppure:

    “Confida con tutto il cuore e non appoggiarti sul tuo discernimento”
    — Proverbi 3.

    Non sono formule per ottenere, ma inviti a entrare in un’altra logica. Anche lì, l’attenzione non è sul “cosa ricevi”, ma su come stai davanti alla realtà. Sul fatto che se ti affidi, se ti svuoti, se lasci andare il controllo, qualcosa si apre. Non necessariamente il risultato che volevi, ma un sentiero. Un senso. Un pane per oggi.

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    Gli ultimi saranno i primi

    Uno dei problemi più grossi che abbiamo, secondo me, con i testi cosiddetti “sacri”, è che sono passati così tanti anni da quando li hanno scritti che molte parole che contengono oggi non esistono più oppure, se esistono, significano tutt’altro.
    Per questo si dice che la Bibbia senza Tradizione è lettera morta: perché se pure la Tradizione, per sua natura, guarda al passato, lo fa con un piede ben piantato nel presente, per aiutare il lettore a capire cosa si stesse davvero dicendo in quel contesto, con quel linguaggio, con quella mentalità.
    Prendete una parola di “oggi”, come “cloud”: due secoli fa indicava semplicemente una nuvola, oggi è anche (e soprattutto, visto dove stiamo andando) uno spazio remoto dove salviamo dati. Ecco.
    Ora prendete parole come “amore”, “dio”, “salvezza”, “giustizia”, “peccato”, “spirito”, “umiltà”… sono parole che in questo momento storico suonano in un modo, ma nel tempo, nella Bibbia, nel mondo ebraico, greco, romano e cristiano delle origini, suonavano in modo molto diverso. Ieri, per esempio, abbiamo ragionato sulla parola “amore” usata nella Bibbia – e abbiamo capito che non è quello che intendiamo oggi quando parliamo di “romanticismo”, “coppia”, “affinità”, “emozione”, “appartenenza”. L’agápē del Vangelo non è né desiderio, né bisogno, né simbiosi. È qualcosa di più spoglio, più libero, più alto.

    Bene, dunque, visto che stamattina mi è capitato davanti questo versetto, vorrei fare un check alla parola “umiltà”, parlando di… “umiliazione”.

    Il versetto è Giacomo 4:10:

    “Umiliatevi davanti al Signore, ed Egli vi innalzerà”.

    Appena lo leggi, non ti si drizzano i peli? “Umiliarmi”? E perché dovrei? Non ho già abbastanza vergogna e senso d’inferiorità per conto mio? E poi: chi sei tu per chiedermi di umiliarmi? Non è tossica, questa roba? Non è manipolatoria?

    La risposta breve è: dipende, appunto, da cosa intendiamo per “umiliarsi”.

    La parola che Giacomo usa in greco è “tapeinōthēte”, che dovrebbe significare, più letteralmente, qualcosa come “rendetevi piccoli”, “abbassatevi”, ma nel senso di “non gonfiatevi”.
    È l’opposto della superbia, non della dignità.
    Non si tratta di farti schifo o di calpestarti. Non è l’umiliazione che subisci da un narcisista o da un padre violento. È un gesto libero, consapevole, interiore. È dire: ok, non sono al centro del mondo. Non ho capito tutto. Non domino la realtà. Non ho bisogno di difendere l’immagine che proietto di me stesso a ogni costo.
    È un gesto spirituale, non sociale. Ti umili davanti al Signore, cioè davanti alla verità, al mistero, all’ordine più grande delle cose. Non davanti a un’altra persona che ti vuole sottomettere.

    Perché farlo? Perché finché resti gonfio di te stesso, nessuna trasformazione vera è possibile. Finché occupi tutto lo spazio con il tuo ego pompato, con la tua maschera, con la tua narrazione, la vita non entra. Dio non entra. Il cambiamento non entra.
    È come voler versare vino nuovo in un otre già pieno d’acqua.
    Umiliarsi significa fare spazio. Sgonfiarsi. Lasciare che crolli il personaggio. Che venga giù la corazza. Che si spezzi quella voce dentro che continua a ripeterti che devi essere sempre all’altezza, sempre inattaccabile, sempre nel pieno controllo delle tue capacità.
    Non sei così, non sei il migliore, non sei perfetto, e mi permetto di dirtelo perché so che, sotto sotto, lo sai già, lo capisci ogni volta che ti accorgi che, intorno a te, sotto sotto, nessuno lo è davvero
    Scendi dal cavallo, direbbe un amico mio, e fatti una bella passeggiata a piedi!

    Umiliarsi quindi non è “annullarsi”, non è “annichilirsi”: è lasciar cadere la maschera, per vedere se sotto c’è ancora un volto. E se c’è – perché c’è – allora forse puoi cominciare a vivere per davvero.

    La seconda parte del versetto dice:

    “ed Egli vi innalzerà”.

    E anche qui, va capito bene. Non si tratta, infatti, di “ti darà successo”, “ti metterà sul piedistallo”, “ti premierà”. Il verbo usato in greco è “hypsōsei” – che ha a che fare con l’innalzare nel senso spirituale, con il far salire, con il sollevare lo sguardo e la coscienza. Dio ti innalza nel senso che ti rimette in piedi. Ti solleva dalla tua maschera, dalla tua performance, dalla tua piccolezza, ma lo fa solo se tu sei disposto ad ammettere che da solo non ce la fai. Non come confessione teatrale, ma come verità nuda, come semplice presa di coscienza.
    Solo chi si lascia disarmare può essere trasformato. Solo chi smette di fingere può essere toccato. Solo chi ammette di non sapere, può imparare. E, paradossalmente, solo chi si accorge di non conoscere, inizia a conoscere veramente.

    Forse è anche per questo che nella Bibbia chi “si esalta” viene abbassato, e chi “si abbassa” viene innalzato. Perché quando ti esalti, stai recitando. Stai cercando di diventare qualcuno che non sei. Quando ti abbassi, invece, stai tornando vero. E solo ciò che è vero può essere elevato.

    E allora forse, “umiliarsi davanti al Signore” è proprio questo: accettare che non hai bisogno di fingere. Che puoi lasciare andare il controllo. Che puoi perdere la faccia, se è per ritrovare il tuo volto. Che puoi crollare, se c’è qualcuno (o qualcosa) che ti solleva, ma solo dopo che hai deciso che non vuoi più “salire” da solo.

    Umiliarsi non è fare un passo indietro.
    È fare un passo dentro.
    E aspettare, con tremore, che Qualcosa – o Qualcuno, con le maiuscole – venga ad alzarti.
    Ma questa volta, davvero.

    Ps.: Parlando della Bibbia, devo usare per forza la parola “dio”, che per il discorso di cui sopra purtroppo è ormai, come si dice, “logora”. Una parola che nel tempo ha assunto così tante accezioni e così tanti connotati che, adesso, ognuno ne ha una propria versione. C’è il Dio con la barba, il dio incarnato, il dio che è solo uno dei tanti dei, il dio denaro, il dio cattivello e quello buono, il dio onnipotente e misericordioso e il dio silenzioso e apparentemente immobile dentro ognuno di noi.
    Ma di che dio parlava la bibbia? Molti di voi potrebbero rispondere, d’istinto: “del dio con la barba”. E se entrate nel duomo del mio paese, e alzate lo sguardo al soffitto, c’è persino un bellissimo mosaico che sembra darvi ragione: siete cattolici, quindi vi tocca il dio padre onnipotente. Ma, ancora una volta, cosa significa che dio è “padre”?
    Cosa significa che Gesù è una “persona”?
    Cosa significa essere il “Signore”?
    No, non credo che significhi essere “un” signore. Cioè avere un aspetto come il nostro – solo più anziano e più o meno bonario a seconda del periodo storico. Credo non significhi nemmeno che debba parlare la nostra lingua, ascoltare le nostre preghiere ed esaudirle come se fosse un “semplice” genio della lampada. E credo che già solo l’idea di potersi fare un’idea – scusate il bisticcio di parole – di dio sia sbagliata.
    Sia peccare di idolatria, in un certo senso.
    Allora che vuol dire “dio”? Che cosa intendiamo quando lo invochiamo? E che cosa intendeva dire Gesù, nella Bibbia, o i quattro evangelisti, o il salmista di tremila anni fa, o il re Salomone nelle sue “poesie”?
    Io un’idea ce l’ho, ma è, appunto, la mia “idea”. Quindi, per ora, vi metto ogni volta tra parentesi alcune delle concezioni più diffuse: la Verità, il Senso, l’Essere, il “principio direttivo primario”di Marco Aurelio o il vostro proprio modo di vedere le cose e la vostra propria idea di Vita o di Mondo.
    Se poi volete che approfondiamo, fatemelo sapere, e nei prossimi episodi di questa rubrica ci ragioniamo un po’ su.

  • Ti voglio bene anche quando non mi vuoi bene

    Stamattina ho provato a raccogliere un po’ di riflessioni sparse sul concetto di amore nella Bibbia. Ho ordinato un po’ i pensieri, se vi va, sono pronto per una prima restituzione. Parziale, provvisoria, ma se ci riesco il più possibile onesta.

    Una nota, prima di iniziare: l’amore di cui parla la Bibbia non è amore romantico. Non è quello delle canzoni, dei film, delle farfalle nello stomaco. Non è neanche quello delle relazioni di coppia idealizzate, in cui ci si “completa”, ci si “salva”, ci si promette la totalità. L’amore biblico non ti “salva” riempiendoti, anzi, in un certo senso ti svuota.
    Non ti prende per sé, ti lascia andare.
    Non ti mette al centro, ma ti decentra.
    È qualcosa di più radicale, più nudo, più difficile.

    Di questo “amore” qui, la Bibbia ha molto da dire. Ma di questo amore qui si parla in quasi tutte le religioni, dottrine salvifiche e molta filosofia. Per ora, tuttavia, partiamo da dove possiamo.

    In greco, il Nuovo Testamento usa la parola “agápē” per definirlo. Una parola che esisteva anche nel greco classico, ma con significati deboli o generici, tipo “gradimento” o “affetto”. È nel linguaggio biblico però che essa viene riempita di un senso nuovo e potente: l’amore gratuito, non possessivo, che non pretende nulla, ma dona tutto. Un amore che non nasce dal bisogno, ma dalla pienezza.

    Agape è un amore non contrattuale, non condizionato. È gratuito, disinteressato, e soprattutto: liberante. È l’amore che dice “non sei mio”, ma anche “ti vedo”, “ti riconosco”, “ti voglio bene anche quando non mi vuoi bene”.

    In latino la Chiesa lo ha tradotto con “caritas”. Ma attenzione: caritas non è beneficenza. Non è fare l’elemosina. È l’amore come atto di intelligenza spirituale. L’amore che vede l’altro per ciò che è, non per ciò che gli serve o per ciò che rappresenta.

    Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, dice questa cosa, rivoluzionaria per i suoi tempi:

    “L’amore è paziente, è benigno; l’amore non invidia, non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non si irrita, non tiene conto del male ricevuto…”.

    Qui Paolo non ci sta parlando di un’emozione. Ci sta parlando di un orientamento dell’essere. Un modo di stare al mondo. E in fondo, più che descrivere l’amore, ci sta dicendo cosa l’amore non è.

    Non cerca il proprio interesse“. Già solo questo, se lo prendessimo sul serio, farebbe saltare l’80% delle nostre relazioni.

    L’amore che la Bibbia propone è quello che non pretende, non forza, non plasma l’altro a propria immagine. Non ti misura sul bisogno che ho di te. Ti vede. E basta.

    Lo ritroviamo anche nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù dice:

    “Non vi chiamo più servi, ma amici.”

    Cioè: non vi comando, vi accompagno. Non vi possiedo, vi rendo pari. È uno scarto radicale: non più un amore gerarchico, ma orizzontale, reciproco, libero.

    E ancora, nella Lettera ai Romani:

    “Gareggiate nello stimarvi a vicenda.”

    Gareggiate, cioè fate a gara non per vincere, ma per riconoscere il valore dell’altro. Un amore che esalta l’altro in pubblico, e semmai lo corregge in privato. Che non si offende se viene ignorato, che non muore nel silenzio, che non si spegne quando l’altro cambia.

    Per “semplice” associazione di idee, mi viene da pensare adesso a Platone, quando parlava di eros come desiderio di bellezza. Ma Platone stesso, nel Simposio, distingue l’eros volgare dall’eros celeste. Il primo cerca il possesso. Il secondo vuole vedere l’anima dell’altro salire. E quando l’amore diventa davvero profondo, dice Platone, si dimentica dell’altro per amare il Bene. È qui che eros comincia a diventare agape.

    E forse l’amore di Dio, nella Bibbia, è proprio questo: un amore che vuole che tu cresca, non che tu rimanga a me vicino. Un amore che accetta i tuoi “no”, i tuoi silenzi, i tuoi tagli, senza perdere il rispetto. Un amore che non ha bisogno di essere ricambiato per essere vero.

    E se vogliamo prendere sul serio tutto questo, forse oggi dovremmo riformulare anche la nostra idea di “amare – volere il bene di – qualcuno”. Perché forse non lo ami se lo controlli. Non gli vuoi bene se lo colpevolizzi. Non vuoi davvero il SUO bene se ti aspetti che sia come dici tu. Lo ami quando gli lasci spazio. Quando non lo umili. Quando non lo usi come specchio per sentirti giusto.

    Magari è da qui che possiamo cominciare a distinguere tra bisogno e amore. Tra dipendenza e agape. Tra desiderio e caritas.

    E magari è da qui che potremo tornare ad amare. Sul serio.

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    Il principio della sapienza è il timore dell’Eterno, e conoscere il Santo è l’intelligenza (Proverbi 9:10)

    A proposito di parole e concetti logori, oggi, se vi va, vi racconto cosa ho scoperto ragionando e cercando attorno a questo proverbio biblico.

    “Il principio della sapienza è il timore dell’Eterno, e conoscere il Santo è l’intelligenza.”

    (Proverbi 9:10)

    Questo è un versetto molto famoso e a quanto pare spesso frainteso, perciò vi propongo di smontarlo con calma.

    Partiamo dalla parola che blocca quasi tutti: “timore”.

    Nel linguaggio comune, oggi, “timore” suona come paura. Ma non è quel tipo di paura lì.

    Il testo ebraico usa la parola “yir’at”, che viene da una radice che indica sì il tremore, ma un tremore di rispetto, di meraviglia, come quello che ti prende davanti a qualcosa di grande, di misterioso, di inspiegabile. Tipo quando entri in una cattedrale da solo, in silenzio, e senza sapere perché abbassi la voce e cammini piano. O quando guardi il cielo di notte in montagna e per un attimo ti senti minuscolo ma vivo. Ecco, quel tipo di timore.

    Quindi “il principio della sapienza” – cioè l’inizio, il fondamento, il primo passo – non è sapere tante cose, non è nemmeno il ragionamento puro. È renderti conto che tu non sei Dio. Che c’è qualcosa più grande di te. Che la realtà non sei tu a possederla, ma a servirla. E da lì, da quella postura interiore, da quello spostamento dell’ego, può iniziare forse la sapienza. Perché finché sei tu al centro di tutto, puoi essere brillante, ma non sei saggio.

    Poi arriva la seconda parte del versetto, che è ancora più interessante:

    “Conoscere il Santo è intelligenza.”

    Qui il punto non è “sapere cose su Dio”. Non è una conoscenza scolastica. In ebraico c’è il verbo “yada‘”, che è lo stesso usato per dire che Adamo “conobbe” Eva. È conoscenza esperienziale, intima, relazionale. Non studi Dio. Lo frequenti. Ci stai in relazione. Lo ascolti. Lo interroghi. A volte lo contesti anche. Come si fa con una persona che ami e da cui vuoi verità.

    E poi c’è quell’altro termine grosso: “il Santo”.

    Cosa vuol dire “conoscere il Santo”?

    In ebraico il termine è “qadosh”, che viene da una radice che significa “separato”, “altro”. Ma attenzione: non separato nel senso che è distante, lontano, irraggiungibile. È separato nel senso che non lo puoi dominare. È altro da te, ma non è scollegato da te. È il mistero che ti abita. È l’invisibile che sostiene il visibile. È il centro che non possiedi ma che ti contiene. È la tua stessa fonte. Non lo puoi ridurre, non lo puoi spiegare del tutto, ma ci sei dentro.

    Santo non è “perfetto” nel senso moralistico. Santo è ciò che non è per il tuo uso. Non è disponibile al consumo. Non è manipolabile. È ciò che ti sfugge, che non si lascia dominare. È lo spazio dove non puoi entrare come se fossi a casa tua. È ciò davanti a cui, se ci entri in contatto, vieni cambiato.

    In questo senso il Santo è il cuore del sacro, e capire il sacro vuol dire riconoscere che esiste una soglia. Una soglia tra ciò che puoi controllare e ciò che no. Tra ciò che puoi usare e ciò che puoi solo venerare. Tra ciò che puoi afferrare e ciò che ti invita ad ascoltare.

    Mircea Eliade, storico delle religioni del Novecento, ha dedicato la sua vita a studiare il significato del sacro nelle culture umane. Per lui il sacro non era solo religioso, ma un’esperienza archetipica, una struttura della coscienza che ci riconnette al senso e all’origine. Così, mentre il Sacro è ciò che ha un centro, una fonte, una verticalità, il Profano è tutto ciò che è disperso, orizzontale, disconnesso. Ecco allora: conoscere il Santo vuol dire riconoscere il Centro. Non il tuo centro narcisistico, ma quello più profondo, che ti eccede e al tempo stesso ti abita.

    E secondo il nostro proverbio, questa è l’intelligenza vera.

    Non il calcolo, non la scaltrezza, non la logica fine a sé stessa, ma la capacità di entrare in contatto con ciò che è vivo, essenziale, originario. Non separato da te, ma neppure sotto il tuo controllo. Conoscere il Santo è uscire dalla bolla del “tutto mi riguarda”, del “tutto mi è dovuto”, e iniziare a muoversi con rispetto, con ascolto, con lentezza. Con l’intuizione che non siamo soli, e che c’è qualcosa che ci precede e ci supera, ma che possiamo incontrare.

    E a un livello ancora più concreto, forse tutto questo riguarda anche il nostro modo di stare al mondo. Forse il Santo oggi si manifesta come la Terra stessa. Come l’aria. Come l’acqua. Come la foresta che brucia. Come l’equilibrio spezzato. Forse il “timore dell’Eterno” comincia proprio qui, quando ti rendi conto che ciò che stai devastando è anche “te”. Che non puoi distruggere l’ecosistema senza distruggere anche la tua anima o, “banalmente”, deturpare l’ambiente senza far ammalare il tuo corpo.

    Forse “conoscere il Santo” vuol dire anche smettere di trattare il vivente come oggetto, e cominciare a riconoscerlo come parente. Come parte di te. Come te.

    Curiosamente, tutto questo è molto simile a ciò che in oriente si chiama Dharma. Che non è una regola imposta dall’esterno, ma l’ordine profondo delle cose. Il ritmo nascosto del mondo, il modo in cui la vita fluisce quando non la ostacoli. Vivere secondo il Dharma significa vivere in accordo con la verità, con la tua vera natura, con ciò che tiene insieme ogni cosa. E in fondo è lo stesso movimento che descrive questo proverbio: rendersi conto che non sei il centro, che c’è un equilibrio più grande di te, e che l’intelligenza vera nasce quando ti allinei a quell’equilibrio, quando lo riconosci, quando lo onori.

    Il timore dell’Eterno e la conoscenza del Santo sono, sotto un’altra lingua, la stessa intuizione: non sei qui per piegare il mondo alla tua volontà, ma per accordarti a ciò che il mondo è.

    Insomma, se vogliamo davvero diventare più intelligenti – non più furbi, non più efficienti, ma più intelligenti nel senso profondo – dobbiamo forse reimparare a guardare. A stare. A non usare tutto. A fare silenzio.

    E magari, ogni tanto, anche a tremare un po’.

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    “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo Spirito ha l’animo è vita e pace” (Romani 8:6)

    Ogni tanto apro la Bibbia e leggo un passo a caso. Sì, forse la uso come una specie di “Grande Libro delle Risposte”, ma mi piace pensare che, per me, funzioni meglio come un “Grande Libro delle Domande”.

    Anche perché se ti capita un versetto come questo ti viene spontaneo farti una domanda molto semplice e onesta: ma come cavolo scriveva San Paolo?

    “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo Spirito ha l’animo è vita e pace.”

    — Romani 8:6

    Già solo qui ci sono almeno tre parole che ti obbligano a fermarti: carne, Spirito, animo. E tutte buttate lì, una dietro l’altra, senza nessuna spiegazione. Allora ti rendi conto che se vuoi anche solo iniziare a capirci qualcosa, non puoi accontentarti di leggere il testo così com’è. Devi andare a cercare il contesto. Devi leggerti almeno qualche nota, qualche commento. Devi capire com’è che ragionava Paolo, qual era il suo stile, il suo linguaggio. E soprattutto il suo lessico.

    Per esempio: la parola “carne”, in greco sarx, per Paolo non è semplicemente il corpo, o il corpo in senso biologico. È una specie di scorciatoia linguistica per indicare tutto ciò che è disconnesso da Dio. È l’essere umano nella sua versione più chiusa, più egoica, più istintiva, più guidata dai bisogni e dalla paura. Quella parte che vuole salvarsi da sola, che rincorre i desideri del momento e si difende a colpi di controllo e attaccamento. Quella parte che spesso chiamiamo “me stesso” ma che forse è solo un programma che gira in loop.

    E allora dire che “ciò a cui la carne ha l’animo è morte” non vuol dire che il corpo è male o che i piaceri vanno evitati. Significa che se vivi dominato da quella parte lì, da quella versione impoverita e impaurita di te, prima o poi dentro muori. Non senti più nulla. Ti anestetizzi. Ti disconnetti. Vivi con il pilota automatico inserito, schiacciato dalle abitudini, dalle illusioni, dal bisogno continuo di avere ragione o di avere qualcosa.

    Poi c’è lo “Spirito”. In greco pneuma. Che non è un modo poetico per dire “l’anima”, ma qualcosa di più preciso e profondo. È il respiro divino, la parte più viva e lucida di te, quella che è già in comunione con Dio – o con la verità, o con l’amore, chiamalo come vuoi. È l’intelligenza profonda che sa ascoltare, che sa stare, che non ha bisogno di fuggire o reagire. Quella che non si afferra, non si impone, ma si manifesta quando ti fermi, quando lasci andare, quando finalmente ti arrendi.

    Ecco allora il senso della seconda parte del versetto: “ma ciò a cui lo Spirito ha l’animo è vita e pace”. Quando lasci che sia quella parte lì a guidarti – non a comandare, ma a ispirare – allora trovi una forma di vita che non è sopravvivenza, ma vera presenza. E la pace di cui parla Paolo non è solo tranquillità, ma shalom, cioè una pienezza, un’armonia che non dipende dalle circostanze.

    Insomma, non è un versetto da leggere in piedi mentre aspetti il caffè. È un versetto da masticare, rileggere, portarci dentro la giornata. Anche solo per farsi una domanda semplice: chi sta guidando adesso? La carne o lo Spirito?

    Io, stamattina, me lo sto chiedendo.