giornalismo

Zygmunt Bauman: Che cos’è davvero Facebook

“È solo un sito di incontri”. “Un modo per tenere i contatti con gli amici lontani e organizzare le uscite con quelli vicini”. “È un passatempo”. Sono le risposte più comuni al quesito.  “Sicuramente è anche tutto questo” ammette Zygmunt Bauman, sociologo della post-modernità, 83 anni e innumerevoli pubblicazioni alle spalle. Ma cosa “significa” il successo di Facebook? Ciò che rende lecita se non addirittura urgente la domanda è l’incredibile impatto del fenomeno: solo per citare alcuni dati, il principe dei social network conta 500 milioni di utenti regolari (cioè persone reali, al netto di doppi profili e fake) che vi trascorrono in un mese 700 miliardi di minuti; il prezzo di mercato della società è stimato attorno ai 50 miliardi di dollari, il che ammette un valore approssimativo di 100 dollari per ogni nuovo utente. Una impresa di questo genere non ha precedenti e dunque, nelle parole di Bauman, Mark Zuckerberg sembra essere inciampato in un filone aureo: “Che il signor Zuckerberg abbia inventato Facebook o abbia rubato l’idea come alcuni sostengono, il fatto rilevante è che ha intercettato una domanda latente e massiccia per questo tipo di offerta”. Già nei primi mesi di vita, a milioni ci siamo precipitati a pubblicare foto, condividere interessi, creare profili: sembra fossimo tutti lì ad attendere l’uovo di colombo.

Bauman, che ha appena terminato un tour di convegni in Italia, partecipando tra l’altro a “Che tempo che fa” e a “Libri come” (rassegna di letture e convegni organizzata dall’Auditorium di Roma), riconosce nella nostra epoca quello che Gramsci chiamava Interregno: un momento storico di grandi mutamenti in cui i vecchi “modi” non vanno più bene e quelli nuovi ancora non ci sono o tardano a essere assimilati. Nei suoi ultimi studi ha rilevato uno di questi “modi” nuovi per risolvere la tensione e il malessere sociale  proprio nel social networking: “Il successo di Facebook si può spiegare” continua il teorico della società liquida “ammettendo che una gran parte della società si senta sola, confusa nel crollo delle comunità tradizionali, impaurita, che la gente tema la solitudine, l’esclusione sociale. E in sostituzione a un hag (abbraccio) sempre più raro si accontenti di un poke (da to poke: stuzzicarsi)”.

Se i vantaggi e le qualità che rendono desiderabile un abbraccio, una relazione nel “mondo reale” sono scontati, ci si può ugualmente rendere conto di come ogni rapporto sociale comporti il rischio di sofferenza, sanzione sociale, lutto: diventare amici di qualcuno non è proprio una attività semplicissima e fare una dichiarazione o interrompere una relazione d’amore richiede grande energia. Al contrario, su Facebook bastano un dito e un clic per diventare “amici” o per sancire la fine di un’amicizia. Presentarsi alla ragazza dell’appartamento di fronte o attaccare bottone con la collega riservata comporta semplici operazioni di “richiesta di amicizia”, “commento a un link”, eventuale chat. Il “fastidio”, nelle parole di Bauman, di sostenere uno sguardo, una conversazione faccia a faccia, di incassare un rifiuto nascondendo la delusione o il rossore, è enormemente attutito dalla piattaforma Facebook e dall’insieme di codici a esso correlati e comunemente condivisi.

Alle relazioni tradizionali che per millenni hanno sostenuto la società, si affiancano dunque quelle “mediate” da Facebook, apparentemente più “adattive”, più “vantaggiose”. Le amicizie digitali sono però per Bauman come le banconote false, le quali, una volta in circolo nel sistema, in ragione della loro “vantaggiosità” (sono più “facili”, meno costose, da acquisire), sostituiscono presto la valuta reale sconvolgendo il mercato. “La Rete non prevede norme, istituzioni o relazioni stabili” continua il sociologo “La rete si tesse e si disfà.  È come la tela di Penelope che viene tessuta il giorno per essere disfatta la notte, perché non è concesso nessun progetto ma solo un eterno presente”.

Dunque Facebook è molto di più che un sito di incontri, di un passatempo, di una fissazione collettiva, di una moda. Facebook è una prova generale d’evoluzione sociale. Un tentativo di mutazione. E si attende con ansia il giudizio dei sociologi. “La giuria è ancora riunita” ammette però Bauman “Bisognerà vedere se il mondo accetterà questi surrogati, se li rigetterà o se saprà affiancarli ad altre, nuove strategie sociali. In fondo Facebook non ruba la nostra umanità, ce la mostra soltanto. Non inquina la nostra identità di noi: è solo lo specchio di come siamo dentro”.

 

Originariamente apparso sul Quotidiano della Calabria

Salvatore “Saso” Tigani è un giornalista, scrittore e autore umoristico. È diventato famoso con Come sopravvivere ai Calabresi, ma ha scritto anche cose belle. Alcuni suoi racconti hanno vinto importanti premi letterari e compaiono in raccolte e antologie nazionali. Però è astemio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *