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venuti al mondo

Per prima cosa abbassò lo sguardo e si scoprì i piedi. Aveva aperto gli occhi sul verde di un prato sconfinato ma non avendone mai fatta esperienza si era messa a piangere. Le lacrime le erano venute fuori dagli occhi senza che lei se ne accorgesse, o sapesse cosa fossero le lacrime e gli occhi. Ora questi piedi, che non avevano senso, non si presentavano, non comunicavano nulla, trattenevano la sua attenzione. Se ne spaventò, più di prima di fronte alla distesa di alberi e cespugli ed erbetta fine. In un certo senso era stato proprio il campo che aveva intorno a indicarle i piedi, a spingerla a cercarseli. Aveva seguito la naturale pendenza del mondo e se n’era scoperta il centro. Ma i piedi, Santo Cielo, come avrebbe potuto capire cosa fossero! Per lo spavento arretrò, fece un saltello e vide che si muovevano. Si fece più indietro, e ancora, ma non era proprio lei a gestire questa cosa del movimento, fin quando non capì che la stavano seguendo. Quando uno dei due piedi inciampò in una radice nodosa nascosta nell’erba si ritrovò a guardare il cielo. Azzurro, un colore che non conosceva. E neppure sapeva cosa fossero i colori. Ma il senso di infinito le tolse il fiato e si dimenticò dei piedi, della paura, di tutto il resto. Cos’era quella luce in mezzo all’infinito? Le bruciavano gli occhi a guardarla ma quello che sentiva – il dolore – non riusciva a capire da dove veniva. Davanti a lei le mani – all’inizio le sembrarono piedi, di nuovo – le vennero a strofinare il viso, senza un piano preciso, così, a casaccio, sollecitandole infine le lacrime di cui gli occhi arrossati avevano ancora bisogno. Ebbe il dubbio, nello spavento di questa nuova scoperta, che potesse avere lei stessa qualcosa a che fare con quelle cose. Sentiva – anche se, ovviamente, non ne era cosciente – una forte pressione che in un modo strano credette collegata alle mani. Desiderò di guardarle meglio e quelle si misero davanti a lei, in bella vista, leggermente tremanti, forse spaventate anche loro, certamente affascinanti. Si girarono, prima il dorso poi il palmo infine di nuovo il dorso. Desiderò che così fosse di nuovo, e le mani girarono e girarono ancora. Vide che immaginando alcune cose quelle si avveravano: le dita si potevano flettere, intrecciare, riunire in un pugno, e solo con la forza del pensiero. E provò coi piedi: da quella posizione scomoda, supina sul prato, desiderò di vedere i piedi e quelli si sollevarono. Desiderò di vederli muovere e i piedi mulinarono in aria. La risata la spaventò e quella sensazione buona scomparve per un istante. Cos’era stato? Era stata dotata di qualcosa di cui avrebbe avuto piena consapevolezza solo dopo centinaia o migliaia di anni – l’intelligenza – ma il passo successivo fu breve: era lei a produrre quei rumori. E intuendolo proruppe in un’altra risata. Non riuscì a sconfiggere del tutto la paura, ma scoprì che mescolando insieme due sensazioni diverse se ne poteva ottenere una terza, migliore delle altre due. Così, quando seguì le mani su per le braccia e per le spalle e si imbatte nel resto del suo corpo, fu lo stupore a farle rovesciare la testa indietro e a farla gemere di un suono ancora, stavolta diverso dalla risata ma ugualmente travolgente. Aveva urlato di stupore, e le era piaciuto molto. Si mise a correre, barcollando e inciampando più volte prima di prendere il passo; poi cominciò a saltare, e urlò, urlò a squarciagola fino a farsi venire la prima laringite della storia. Sentì il dolore alla gola e con una mano se la sfiorò. Tossì e pensò che forse anche quella era una cosa divertente, ma poi collegò la tosse al dolore e si riservò di rifletterci di nuovo con più calma. Riprese a correre e giunse a una distesa azzurra, come un cielo capovolto. Vi si sporse e vide una donna, con mani e piedi come i suoi, e capelli lunghi sul viso e sulle spalle, seni prosperosi e lo stesso bottoncino sulla pancia. Rimase imbambolata a specchiarsi nell’acqua del lago, china, con gli occhi persi nei propri. Mosse una mano, la destra, e quella nel riflesso mosse la sinistra, ma allo stesso modo. Rise, e la donna nel lago apri la bocca mostrando denti bianchi e belli eppure, in una certa maniera, spaventosi. Si toccò il viso con le dita, e vide che l’altra faceva lo stesso, e si toccò il naso e poi le labbra e poi quelle pietre dure nella bocca. Intuì che pure lei aveva lo stesso, straordinario sorriso. Si abbassò fino a toccare lo specchio d’acqua con un dito, e lì dove il suo incontrava il dito dell’altra… il lago si increspò, e la donna capovolta tremolò quasi scomparendo. Eva si ritrasse, spaventata a morte, e così facendo cascò sul deretano, nel soffice strato di fango della riva. La botta e il dolore fecero scattare qualcosa lassù nella testa e lei comprese. Concepì il concetto di “riflesso”, e si sentì speciale. Giocò a lungo con la propria immagine specchiata, finché la luce non si fece rada e l’aria sulla pelle fresca. Girò su se stessa, alzò lo sguardo e vide che il sole si era spostato, da quella parte, dietro le montagne. Immaginò il buio prima di esperirlo per la prima volta, ed ebbe i brividi. Pensò qualcosa che non aveva ancora nome, e tremò. Si inginocchiò e attese ansiosa che il sole tramontasse, e che qualcosa di brutto succedesse.

Quando il sole scomparve lasciandosi dietro una scia di rosso e qualche stella, si prese la testa tra le mani. E quando venne il buio pianse, di un pianto nuovo. Si preparò al peggio, tanto che quando si sentì sfiorare la spalla non ebbe nemmeno la forza di sussultare.

Girò il capo, lentamente, e si scoprì una nuova mano sulla pelle. La guardò, mentre la sfiorava col mento cercò di spostarla con la mente ma non ci riuscì, la paragonò alle due che aveva scoperto prima e un gelo le invase il ventre. Quella mano non era sua. Si alzò, lentamente, e si voltò indietro senza sapere cosa aspettarsi. Vide una creatura abbastanza simile al suo riflesso nel lago ma così – ci pensò su – così estranea. Alzò una mano, per vedere se si trattasse di un qualche altro tipo di specchio, e la creatura fece lo stesso gesto, ma con la mano opposta. Alzò entrambe le mani e le batté l’una contro l’altra. L’espressione sul volto di lui la paralizzò per un attimo, ma quando lo sentì ridere… fu travolta da una sensazione potentissima. Lui allungò una mano e prese la sua. Lei sentì rilasciare tutto il corpo, e nella pancia, sotto l’ombelico, ebbe una sensazione come di dita che la accarezzavano da dentro. Lui le fece cenno di seguirlo, e lei lo seguì. Partirono in direzione della luna, un disco bianco e freddo nel cielo, dalla luce rasserenante, bella in un modo essenziale. E mentre lui le respirava accanto Eva sentì, per la prima volta, il battito del proprio cuore.