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Un posto sicuro – di Antony Mandaglio

Sveglia.

Doccia.

Colazione.

Non ho mai detto a nessuno che la mattina mi sveglio da circa 10 anni a questa parte con “Paint it black” dei Rolling Stones. La buona musica mi rende di buon umore, o almeno è questo quello che mi piace pensare.

Buon umore.

Mh.

“TG5Mattina” mi informa che vicino Bruxelles, probabilmente mentre io poche ore prima la stavo sognando avvolta nei suoi soliti capelli scuri, hanno arrestato un certo Hamdan Walid, pronto a farsi saltare in aria tra la folla. Uno in meno. Mio padre probabilmente in questo caso avrebbe detto che bisognerebbe sterminarli dalle radici, bambini compresi. Ecco uno dei motivi per cui litigavamo sempre. Fortunatamente da quando mi sono trasferito in questo bilocale non litighiamo più come prima.

Certo, non ci sentiamo mai.

“Non solo il re della foresta, ma anche delle stelle: oggi con Urano, la Luna e Mercurio a favore, vi sentite invincibili, tutto alla grande: soldi, viaggi, amo-” ah, fanculo l’oroscopo. Non ne azzecca una, nemmeno per sbaglio. Spengo la tv.

Un’ultima occhiata allo specchio: nodo della cravatta, camicia dentro i pantaloni, giubbotto.

Nonostante i 0°C spaccati, sento meno freddo dei giorni precedenti. Mi avvio alla stazione della metro con una certa fretta. All’entrata il ragazzino che chiede l’elemosina non è più lo stesso, mentre il treno sì, quello non cambia mai. E’ disarmante la puntualità di Trenitalia nel fare ritardi. Il lunedì e il giovedì 30 minuti, martedì è puntuale e il resto dei giorni va dai 10 ai 15 minuti.  Oggi 28 minuti di ritardo.

La nebbia di Torino mi impedisce di vederlo ma l’altoparlante ne ha appena annunciato l’imminente arrivo.

Borsa. Cellulare. Portafoglio. Sigarette.

I fari del treno improvvisamente squarciano la foschia. Come di consueto le porte automatiche si fermano il più distante possibile da me. Dopo qualche passo, salgo sul treno. Primo posto a sinistra lato finestrino. Mi siedo.

Cuffie e Afterhours.

Dopo 15 minuti arrivo a destinazione. La temperatura è leggermente più alta, il sole comincia a farsi spazio tra gli edifici e le strade iniziano a trafficarsi. La scuola dove lavoro si erge maestosa alla fine della strada, accanto a un minimarket e a una chiesa ormai poco frequentata.

E là, dentro quella scuola, da qualche parte c’è lei. Lei che sicuramente a quest’ora starà facendo qualche fotocopia per i ragazzi. Lei che è sempre arrivata prima di me, anche quando stavamo insieme. Lei che la immagino con i capelli legati, gli occhiali, il rossetto appena visibile, le mani curate.

Entro.

-Buongiorno signora Silvia- dico, salutando la bidella all’entrata.

-Buongiorno, prof- mi risponde lei.

Cerca di non cercarla.

Dentro la scuola tutti sanno di me, e di lei.

Di lei e di lui.

Mi chiedo perché ancora non mi abbiano accettato la richiesta di trasferimento, forse godono nel vedermi soffrire.

Io li vedo mentre mi guardano con quell’aria da “poverino, chissà come starà”.

“Sto bene! Sto bene. Adesso fatevi i cazzi vostri e pensate alle vostre vite” dovrei rispondere. Invece sorrido.

Almeno sto riuscendo a mantenere la calma. Avrei dovuto mantenerla anche 6 mesi fa, quando spaccai la faccia a Pisano per averlo beccato nel mio letto. Con la mia ragazza. Vedergli la fasciatura intorno al naso e l’occhio nero non mi fece star meglio comunque.

Sento odore di caffè. Sicuramente Bruno si sta dando da fare. Vado alla macchinetta.

-Bruno, uno in più! -grido da lontano.

-Agli ordini- fa lui, portandosi la mano sulla fronte a mo’ di saluto militare.

Poggio la borsa su un tavolino dietro di me, e inizio a fare mente locale. 3 C rivoluzione francese, 4 B guerra di secessione, 2 C la scoperta delle Americhe, 5 A prove per gli esami di maturità.

Il caffè è pronto.

Sorseggio.

Bevo.

Ringrazio.

Inizia la giornata.

 

Intorno le 12 tolgo la giacca. I riscaldamenti delle volte sono insopportabili. Gli alunni pure, oggi non hanno voglia di far nulla. Li lascio fare, il lunedì non è mai facile per nessuno, specialmente se si lavora fino alle 18 tra rientri e incontri con genitori.

Quando è ora di tornare a casa, oltre al suono della campanella me lo ricordano anche i rintocchi della campana della chiesa accanto.

Un’altra giornata di lavoro è passata. Esco fuori, accendo una sigaretta.

Mi giro e la vedo.

Mano nella mano con Pisano.

“Ma come puoi tradire un prof di storia con uno di educazione fisica?!”

Il suo modo di camminare è sempre lo stesso. Spalle dritte, seno in fuori che l’aumenta di almeno una taglia. Sento la sua voce. Stanno parlando di un ragazzo che è stato sospeso perché beccato a fumare.

Il vento le sposta i capelli con leggerezza, scoprendole il collo bianco. Lei sembra quasi indispettita, il ciuffo le copre gli occhi neri. Neri come il fango.

Meglio andare via.

Stazione, treno, cuffie.

La mia mente, però, è già in viaggio da un pezzo.

Ricordo quella volta, che un giorno di primavera improvvisamente divenne l’ultima volta. L’ultima volta a letto con lei. Casa mia, i vestiti buttati per terra e le sue unghie dentro la mia schiena. Non notai nulla di strano, anzi lei fu particolarmente dolce quel giorno. Mi disse che come riesco a entrare nei suoi occhi, mai nessuno ci era mai riuscito. Mi disse anche che piano piano avremmo dovuto mettere soldi da parte per una macchina decente, una casa un po’ più spaziosa e chi sa, forse anche un bambino.

Arrivo a casa.

Riscaldo la pasta di ieri.

Mi cambio e mi metto a letto, esausto.

Accendo la tv, ma penso sempre a lei.

Ogni tanto ci divertivamo a tornare ventenni, e i sedili della macchina diventavano un materasso alquanto scomodo. Quella sera di qualche anno fa, la pioggia faceva un rumore assordante sbattendo sul tetto della macchina. Il vento era talmente forte da far ondeggiare i rami dell’albero sotto il quale ci eravamo “accampati”, creando strane ombre.

Fuori c’era il diluvio, ma dentro la quiete.

Illuminata dalla luce della luna che proprio in quel momento si era affacciata da uno spesso strato di nuvole, lei accarezzandomi l’incavo del collo, appena sopra la clavicola mi disse:

-Qua voglio lasciare tutti i miei segreti.

-Perché?- le chiesi io.

-È un posto sicuro.-

Penso tutto sommato di non aver rimpianti, in fondo l’amore è anche questo.

L’amore, è anche sofferenza.

Un amico mio, un giorno mi disse di non disperare, che l’amore è dare e ricevere, e non dare per ricevere.

Mi disse anche che se è amore non fa male.

Ma non è vero. A me fa male. Mi sta lentamente uccidendo, e non sto trovando alcuna via di fuga.

A me l’amore ha fatto male da morire.

Spengo la tv.

Dormo.

Sveglia.

Doccia.

Colazione.