BIOETICA,  saggio

The social dilemma. Facciamo un passo indietro.

L’altro giorno ero a Matera a ritirare un premio letterario e, subito dopo la cerimonia, ho chiacchierato con un “collega” scrittore a proposito dei social media. Da parte sua, lamentava la sempre più diffusa tendenza da parte degli scrittori famosi e meno famosi di passare sempre più tempo sui social. Dal canto mio, riferivo che, secondo me, il problema dei social è molto più generico e, sì, ogni categoria lo sente in maniera diversa e rispetto a se stessa, ma che il danno più potente è sulla nostra psiche. Fornivo un esempio: i social sanno quello che ci piace e ce ne propongono sempre di più, così che siamo portati a passare sempre più tempo sul feed, divorando sempre più notizie di scienza, fantascienza, moda, motori, calcio, eccetera, a seconda dei nostri gusti. Giusto, diceva lui, anche perché gli algoritmi che gestiscono il feed e intrappolano i nostri gusti lavorano continuamente, forse in maniera collaterale-forse in maniera programmata, per confermare la nostra visione del mondo, rassicurandoci e, di conseguenza, facendoci sentire sempre più a nostro agio nel feed. Per esempio, se io odio Salvini, metterò mi piace a certi post che ne parlano male, seguirò pagine che analizzano e smontano le sue bufale, e di conseguenza Facebook mi fornirà sempre più contenuti e suggerimenti simili: lo fa per me, perché sa che mi sono graditi. Ma allo stesso tempo mi impedirà di sentire l’altra campana.
A questo punto della conversazione, ammetto che da qualche tempo stavo pensando di abbandonare i social o, comunque, di limitarne l’uso abbondantemente. Come farlo, ancora non sapevo, ma ero certo di aver notato delle somiglianze tra il modo in cui aggiornavo il feed – la home di Facebook o di Instagram – e certi disturbi psicologici noti come ludopatie. Ogni volta che aggiorno il feed, in alto c’è un contenuto nuovo. Ogni volta che le notifiche suonano, c’è la possibilità che sia un amico che mi tagga, una bella ragazza che ha messo un like alla foto, un cliente che vuole che gli corregga un romanzo o una tesi. E ogni volta che apro il cellulare, in effetti, c’è la possibilità che io “vinca” una di queste cose. Come le macchinette dei bar, ogni tanto il sistema mi fa vincere, per convincermi subliminalmente che più gioco e più probabilità avrò di incassare. È già un buon motivo per staccare, mi dico.
Successivamente abbiamo parlato di come le grandi aziende riescono a ricavare più di queste semplici indicazioni sui nostri gusti semplicemente accumulando dati su dati (è un po’ quello che fa, in un contesto fantascientifico, la Delos in Westworld). Come lo fa? Registrando le nostre ricerche, i nostri like, i nostri comportamenti on line.
Non solo, dice il collega scrittore, mentre parliamo il nostro cellulare sta registrando ciò che diciamo. Non invierà nulla di personale al calcolatore centrale, non conserverà le nostre conversazioni ma isolerà alcune parole chiave per indirizzare i coockie e fornirci contenuti e pubblicità sempre più puntuali. Davvero? Chiedo conferma, perché sono molto stupito. Sì, per esempio, lo sai che ho rotto il portafogli? Sì, lo sapevo, perché me lo aveva detto poco prima. E glielo avevo sentito dire anche prima che iniziasse la cerimonia di premiazione, mentre parlava con un altro vincitore. Bene, dice, guarda: apre il cellulare e scorre la home per qualche secondo, forse per un intero minuto, poi, di colpo, tra i tanti post di articoli di giornale e belle donne, ne compare uno che parla di portafogli in pelle della PiQuadro. Se pensi che è un trucco, prova a casa, mi dice.
Ammetto che la cosa mi ha lasciato di sasso e manifesto le mie perplessità, confessando tuttavia di sentirmi davvero convinto, adesso, di voler staccare dai social.
Ci salutiamo e torniamo ognuno nei nostri alloggi.
La sera prendo il cellulare e vedo che Netflix mi ma mandato una notifica: “Hai visto The Social Dilemma?”. Non lo avevo visto. prima di andare a dormire, accendo la tv, trasmetto lo schermo del cellulare e comincio a vedere questo documentario, che parla di tutto quello di cui ho parlato con il mio collega e di molto di più. Un’ora e mezzo dopo mi rendo conto che quando ho intuito la somiglianza del modo in cui usavo i social con le ludopatie avevo solo cominciato a grattare la montagna di merda subliminale che questo genere di “servizi” sta infilando nel nostro cervello.
Ho sempre pensato che i social fossero uno strumento come lo è un coltello, che puoi usare per tagliare il pane o per uccidere una persona. Sta a me, mi dicevo, scegliere come usare Facebook.
Adesso però non ne sono più tanto sicuro. Anzi, sono certo che se del coltello sappiamo tutto, dei social sappiamo davvero poco. Non sappiamo per esempio le cose che loro sanno di noi e del funzionamento della nostra mente (e di come manipolarla senza farcene accorgere). Se siamo consapevoli, possiamo scegliere e agire di conseguenza, ma se non siamo consapevoli, allora possiamo dire addio al nostro libero arbitrio.
Il documentario è fatto molto bene – troppo bene, tanto che vi invito a vederlo ma con molta attenzione, vagliando una a una le informazioni fornite e confrontandole con altre fonti – e per tutta la sua durata avrete la sensazione di trovarvi all’interno di una puntata di Dark Mirror. Non so se il 100 percento di quello che vedrete vi convincerà – perché non so se il 100 percento di quello che ho visto è vero, sto studiando, magari più in là vi dirò meglio. Quello che so è che dovete vederlo assolutamente. E che probabilmente dopo farete come me: cancellerete le app di Facebook e Instagram dal vostro cellulare.
Sono off da una settimana, non so quanto è radicata la mia “Ludopatia” e quindi mi aspetto da un giorno all’altro di andare in astinenza. Ma ho dalla mia parte una maggiore conoscenza del nemico, una forte motivazione e tanti sostituti sani al piacere somministrato in forma di passatempo che i social mi davano.
Se non rispondo in chat (e soprattutto su instagram) non ve la prendete. Ho mantenuto Whatsapp, ma l’ho limitato, e comunque per le urgenze (o se volete dirmi che mi volete bene) ci sono sempre le care vecchie telefonate.
Un saluto di gioia e prosperità a tutti.
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Salvatore “Saso” Tigani è un giornalista, scrittore e autore umoristico. È diventato famoso con Come sopravvivere ai Calabresi, ma ha scritto anche cose belle. Alcuni suoi racconti hanno vinto importanti premi letterari e compaiono in raccolte e antologie nazionali. Però è astemio.