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Spotify – di Antony Mandaglio

 

Era un’altra di quelle sere per lei.
Era delusa. Non se l’aspettava. Ci aveva creduto.
Lui l’aveva lasciata da sola ancora una volta, per l’ultima volta, lasciandole soltanto la sua playlist di Spotify. E lei aveva appena messo play, di nuovo.
Piangeva, lei. E non si dava pace, non doveva finire così. Aveva sbagliato qualcosa, ne era convinta, ma non sapeva cosa, non sapeva dove.

La stanza era buia da ormai due giorni, il letto disfatto, solo l’orologio alla parete si muoveva ininterrottamente, sembrava non volesse fermarsi mai.
Fuori la luce era immobile, come i suoi occhi riparati dagli occhiali e da quella montatura ormai da cambiare. Il vestito blu era appoggiato alla sedia. La musica andava avanti, tutti quei cantanti strani. Lei non lo sopportava quando lui metteva quelle canzoni.
Lei, era stanca di stare male. Lei, non riusciva a vivere. Improvvisamente si sentiva vuota, aveva paura di rimanere da sola, aveva paura di essere da sola.
Lui, le aveva portato via tutta l’energia. Non aveva più fame, non aveva sete, non aveva più occhi per guardare, piedi per camminare.
Le lacrime interminabili le lasciavano una lunga scia nel viso, una dopo l’altra, andandosi a posare su quelle lenzuola che ancora conservavano il suo profumo. E allora lei stringeva forte la faccia sulle lenzuola, perché il suo profumo non voleva dimenticarlo, voleva averlo per sempre addosso. Ogni tanto le sembrava di sentirlo canticchiare Peter Bradley Adams, sentiva la sua voce incastrata tra le pareti di quella stanza.
Gridava.
Gli urlava di andarsene, lei. Gli chiedeva di lasciarla da sola, gli diceva di non preoccuparsi, che non avrebbe avuto paura dei lupi sotto le lenzuola.
Ma lui lo sapeva, lui se n’era già andato.
Senza pietà, aveva deciso che lei era abbastanza forte da saper vivere senza di lui. Ma si sbagliava.
Le sua mani tremavano, lo smalto era quasi inesistente su quelle unghie. Stringeva i pugni, si chiedeva come fosse possibile.

L’orologio ticchettava, e lei non era più a letto. Aveva chiuso la porta della sua stanza a chiave, sperava che al suo ritorno le lenzuola avrebbero custodito lo stesso profumo. Anche la musica andava avanti, non voleva fermarla mai lei.
Nella stanza mancava anche il vestito blu sopra la sedia.
Era in bagno lei. Davanti lo specchio si guardava i capelli lunghi, che le cascavano sopra i seni morbidi e nel frattempo si truccava. Ogni tanto lo sentiva camminare e andare verso la doccia, ancora nudo.
Lei si girava. Ma dietro c’erano solo mattonelle bianche.

L’orologio ticchettava, e lei non era più in casa.
Il vestito blu le stava benissimo, cucito apposta su misura per te, diceva lui.
I lupi sotto le lenzuola le facevano tanta paura, ecco perché lei se n’era andata.