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L’infinita luce di D. – di Davide Galimi

Una scrivania, uno schermo, due sedie, sembra quasi che un uomo non abbia bisogno d’altro, ripetere un’azione, aspettare una reazione, cedere e riprendersi, aspettare e gioire.

Il neon continua a traballare, non ricordo da quanto tempo devo sostituirlo, ma in fondo quel tremore mi piace, mi ricorda ogni giorno che tutto inizia e tutto finisce, e che per quanto continui ad accendersi e ad emanare la sua luce, alla fine dovrà cedere e spegnersi.

Attraverso il corridoio battendo sul muro con le nocche, come se volessi che qualcuno dall’altra parte mi dicesse cosa voglio, arrivo all’ascensore, lo chiamo, le porte si spalancano come le braccia di qualcuno che vuole abbracciarti, entro, sospiro e schiaccio il tasto che mi porterà a destinazione.

Le porte si chiudono, mi guardo intorno, l’ascensore è sporco, per terra ci sono sigarette spente e in un angolo dei fogli accartocciati, mi chino per prenderne uno, mi rialzo e mi vedo riflesso, il neon comincia a traballare, ancora e ancora, l’ascensore mi strattona e si ferma, quasi volesse punirmi per averlo calpestato, si aprono le porte, il locale sottostante è buio, ci sono dei tubi rossi e gialli, non mi ero mai reso conto della tristezza di quel posteggio.

Sfilo le chiavi dalla tasca, apro lo sportello e mi siedo, sono stanco e voglio chiudere gli occhi, ma come ogni volta , spero di stare sveglio, spero di non cedere.

Riesco a tediare me stesso con discorsi ridondanti che non portano a nulla, a volte mi perdo nei miei pensieri che quasi riesco a percepire il respiro della salamandra che cerca di arrampicarsi sul muro alle mie spalle.

A volte, ho come la sensazione che ci siano due persone dentro di me, persone diverse tra loro, ma che fanno gli stessi sogni e che sbattono le palpebre all’unisono, ma , sullo stesso argomento hanno visioni differenti, e non parlo di visioni completamente differenti, bensì di sottili quanto impercettibili sfumature, che alla fine presenteranno una totale quanto mai difforme versione della realtà.

Due distinte ma inseparabili entità, dove tutto converge, dove non esiste la destra e la sinistra, ma dove si dividono Luce e Oscurità, quella sottile linea che ci rende unici, magici, buoni o cattivi, eroi o antagonisti della nostra stessa vita.

Passiamo ore ad intrecciare la nostra vita agli altri, passiamo ore a tessere la tela della nostra storia, ma   pretendiamo di tenere tutti lontani per evitare che possano distruggere la nostra ragnatela.

Siamo fatti di Luce, possiamo vedere grazie ad essa, percepiamo i nostri averi, riusciamo a toccare le mani dei nostri bambini, vediamo foreste, oceani, la bellezza di una donna, la maestosità di un leone, tuttavia siamo in cerca di oscurità, non possiamo farne a meno, difendiamo i nostri bambini degli orchi, ma ci giriamo dall’altro lato quando ne vediamo uno annegare, urlare aiuto, scappare da un palazzo che crolla.

Siamo oscuri, cediamo al vizio e alla vergogna, spendiamo in titoli e obbligazioni, ma non sprechiamo una parola dolce per un uomo che perde il lavoro, per una donna che viene maltrattata per strada.

No, non siamo di Luce, siamo ombre che si prestano a vivere e a camminare su sentieri già battuti e spogli, su terre aride e polverose, siamo cercatori e ricercati, ridiamo istericamente, aspettando che anche domani il Sole torni a farci compagnia, perché siamo Luce, perché siamo niente.

Sono passato oltre, adesso lo spazio che mi circonda è limpido, non devo stropicciare gli occhi per vedere meglio, sono stato colpevole molte volte, ho ceduto sempre, questa volta no, ma per quanto mi sforzi, per quanto possa cercare di vedere il mondo così com’è, accettando contraddizioni e vizi, la mia oscurità compare e mi sussurra

“Colui che spera nella luce, dovrà pagare il conto alla sua oscurità, sempre!”

E allora pagherò il conto, pagherò il conto alla mia metà oscura, a quella metà che mi ha fatto voltare le spalle ad un amico, a quella metà che mi ha fatto deridere qualcuno, a quella metà che sono io e nessun altro.

D.