INCHIESTA SUL LAVORO

3 – “Guerra tra poveri”

Il quadro tracciato nelle precedenti puntate ci ha restituito un’istantanea assai preoccupante sul mondo del lavoro nella Piana di Gioia Tauro e non hanno tardato ad arrivare le reazioni da parte dei lettori, di una parte della politica e del mondo delle associazioni. Il destino dei nostri giovani, tra disoccupati di lunga data, inoccupati, inattivi, NEET e Partite Iva soffocate da una tassazione record in Europa, sembra tutt’altro che roseo, e la preoccupazione travalica la sensibilità individuale, caricando il sentire e l’agire di quanti, combattendo una battaglia apparentemente titanica, continuano a sperare nel recupero del nostro territorio.

Questa settimana abbiamo sentito don Pino Demasi, vicario pastorale per i problemi sociali della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro, che da anni si occupa, tra i tanti altri, di questo importante problema. “È una guerra tra poveri”, comincia così l’intervista, “che solleva svariati problemi etici e morali, all’interno di un contesto sociale sempre più povero di senso civico e responsabilità”. Don Pino si riferisce a quanto emerso anche dalle interviste che il Quotidiano ha fatto nelle scorse settimane, a giovani e meno giovani sfruttati fino al midollo da imprenditori che scaricano sulle spalle dei propri dipendenti parte dei costi aziendali e, in alcuni casi, l’intero rischio di impresa. Cosa si può fare in proposito: c’è un modo per intervenire attivamente e cercare di riparare quello che, a giudicare dalle tante voci raccolte, sembra irreparabile? “Il punto è che stiamo parlando di un problema invisibile, una questione che ‘ufficialmente’ non esiste, se, come già rivelato da voi, il lavoratore non denuncia e preferisce mantenere l’anonimato”. Quando, aggiungiamo noi, non difende apertamente il datore di lavoro che, in una logica di sudditanza psicologica, addirittura ringrazia per avergli dato, in un periodo di vacche magrissime, quel minimo di sostentamento. “Manca una cultura del lavoro, a tutti i livelli della società, e la vera urgenza è questa: cercare di colmare questo vuoto”.

La Chiesa fa la sua parte, cercando di arrivare all’impresa suggestionandola da un punto di vista etico. “Il Progetto Policoro è un esempio perfetto”, spiega Demasi, “con la sua struttura capillare e stratificata, composta da uno sportello, un tutor e un animatore per ogni diocesi, che concertano alla diffusione di concetti semplici e potenti, come l’idea che “sfruttare il lavoratore è peccato mortale”. L’obiettivo principale del progetto è chiaro: diffondere un’etica del lavoro, semplice, chiara, estesa, promuovendo e aiutando l’imprenditore sano ed esercitando una forma di controllo morale su quanti, per esempio, aiutiamo ad accedere attraverso Banca Etica al microcredito”.

In tutto questo, che ruolo sta svolgendo la politica? E, soprattutto, che fine ha fatto la sinistra? “Purtroppo, la sinistra si è allontanata dalla gente”. Risponde Don Pino, amareggiato. “Un tempo presidiava le fabbriche, i politici di sinistra erano prima di tutto operai e contadini, lavoratori essi stessi. Sono finiti i tempi in cui Mommo Tripodi andava nelle campagne e partecipava alle battaglie dei braccianti, bracciante egli stesso, catalizzando lotte che riuscivano a smuovere davvero le cose. In pochi ricordano storiche lotte come quelle delle Gelsominaie, che hanno scritto pagine bellissime di emancipazione e rivendicazione dei diritti”. I lavoratori sembrano non avere più voce in politica.

“Sono d’accordissimo con Don Pino”, ammette Michele Conia, sindaco di Cinquefrondi ed esponente di Rinascita, che si dichiara da sempre esponente di quella sinistra che sembra “non esserci più”: “La sinistra ha commesso molti errori, a livello nazionale e locale, e quello di allontanarsi dalla gente potrebbe essere uno dei più importanti, ma il problema più grande con cui ci siamo scontrati è stato quello di perdere il treno della comunicazione social. Mentre noi tentavamo ancora di riempire le piazze e affiancare il lavoratore e i giovani faccia a faccia, qualcuno ci sorpassava a destra, arruolando spin-doctor e smanettoni informatici per arrivare alla pancia della gente con fake news e slogan pronti al consumo”. Non è difficile cogliere il riferimento all’opera leghista e pentastellata, che deve gran parte della sua efficacia a una abile – per quanto discutibile – manipolazione della platea internettiana. “E sono d’accordo con Don Pino anche sulla analisi che fa del problema invisibile dello sfruttamento lavorativo. Sappiamo tutti cosa funziona o non funziona nella Piana di Gioia Tauro e in Calabria, conosciamo benissimo i meccanismi imprenditoriali che permettono questi tipi di sfruttamento: abbiamo tutti dei parenti che hanno lavorato accettando certe condizioni e oggi, superando una certa età, si trovano in situazioni di irrisolvibile inoccupabilità. Ma è veramente una guerra per la sopravvivenza, una lotta in cui è persino difficile definire bene il nemico, se il datore di lavoro viene percepito come colui che ci sta facendo un favore. Non tutti hanno la forza di ribellarsi”. “Come possiamo chiedere a un giovane di lasciare quel poco che il datore di lavoro, pur sfruttandolo, gli dà, se per quel giovane non sembra esserci altro?”, chiosa Don Pino.

Su un’altra delle questioni scottanti emerse nei nostri precedenti articoli, quella riguardante le autorità preposte al controllo delle condizioni di lavoro, le opinioni tendono a divergere. Don Pino è convinto che l’ispettorato del lavoro faccia un buon lavoro e che, probabilmente, il problema sia, ancora una volta, strutturale: “Sono probabilmente troppo pochi, gli ispettori, ed è difficile controllare una realtà così vasta e mutevole, in un territorio complesso e confuso come la Piana di Gioia Tauro”. Per Conia, invece, sembra esserci una disparità di trattamento fra grandi e piccole realtà lavorative, se un agricoltore, per esempio, viene multato pesantemente per non aver messo in regola il bracciante che gli lavora a giornata, magari liberandogli il terreno da piccoli rifiuti e foglie secche, e, invece, nei grandi supermercati, la stipula di centinaia di contratti stipulati annualmente pare non destare nessun sospetto negli osservatori competenti. Conia cita, a mo’ di esempio, un’altra realtà, quella dei centri turistici e balneari, che d’estate funzionano grazie al lavoro di centinaia di giovani, che sembrano sostenere turni strazianti e disumani. Anche in questo caso, raramente i media riportano grandi casi di controllo da parte delle autorità e di riscontro di gravi irregolarità. È come minimo sospetto.

“Ma qui il problema”, continua Conia, “potrebbe tornare a essere comunicativo: Salvini fa un gioco pericolosissimo, ma non è tutta colpa sua o di chi lo sostiene. Ogni volta che twitta contro una barchetta con 42 immigrati a bordo, la società civile si divide tra chi non li vuole e chi li difende. E questi ultimi, pur con le migliori intenzioni, alimentano il fuoco che sta bruciando la nostra società, perché permettono a Salvini di compiere il suo vero obiettivo: distrarre l’agenda dei media e, di conseguenza, quella politica, dai veri problemi dell’Italia. I migranti non sono un problema, ci sono centinaia di dati ufficiali e affidabili che lo dimostrano, il caso dovrebbe essere chiuso. Basta parlare di migranti! Quando il ministro cita i 42 migranti è giustissimo difenderli, ma sarebbe più efficace controbattere, in coro: parliamo di lavoro! Parliamo di questi giovani che non arrivano a fine mese, vengono sfruttati da imprenditori disonesti o spellati dal fisco, parliamo di ‘ndrangheta!”. Il concetto è chiaro: riportiamo nella discussione pubblica i veri problemi della nostra società, spegniamo i fuochi fatui della politica 2.0, quella urlata dei social.

Il tasto toccato da Conia è un tema universale e proprio in questi giorni Aziz Ansari, attore, sceneggiatore e comico statunitense di origini indiane, sta spopolando su Netflix con uno speciale comico di successo in cui, tra una battuta esilarante e una riflessione sociologica potente, compie un piccolo esperimento sociale con il pubblico in sala. Prima parla di un fatto di cronaca riguardante la presunta pedofilia di un VIP e chiede al pubblico in sala di alzare la mano se è d’accordo con l’accusa. Il pubblico si divide in due parti, perfettamente bilanciate. Subito dopo, cita un evento che, secondo il comico, avrebbe caratterizzato una famosa multinazionale della pizza, interessata da un fatto di presunta apologia del nazismo. Anche in questo caso, il pubblico si schiera in due posizioni diverse. Il comico allora sceglie una persona a caso, tra quelle che hanno deciso di condannare l’azienda, e gli chiede di spiegare perché.  Il tipo argomenta le sue ragioni, facendo ricorso a frasi fatte e slogan. A quel punto il comico rivela di avere inventato sul momento e di sana pianta l’intero ultimo fatto di cronaca e spiega che quella è una vera e propria malattia su cui, politici e media, stanno costruendo la nuova società: la tendenza a dimostrare di avere una opinione precisa e solida su qualsiasi cosa, vera o finta che sia, e a smettere di riflettere prima di parlare o informarsi prima di prendere una posizione. Rispondere alle domande false degli altri, invece di porsi personalmente delle domande vere.

Questo potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione, considerato il fatto che problemi gravissimi, come quelli legati al lavoro che con questa inchiesta stiamo provando a portare a galla, sembrano latitare nell’agenda dei media tradizionali come nelle arene social, affogati invece nei finti problemi delle barchette di migranti che ci starebbero invadendo.

 

Salvatore Tigani
(Apparso sul Quotidiano del Sud il 28 luglio 2019)
(3-continua)

Salvatore “Saso” Tigani è un giornalista, scrittore e autore umoristico. È diventato famoso con Come sopravvivere ai Calabresi, ma ha scritto anche cose belle. Alcuni suoi racconti hanno vinto importanti premi letterari e compaiono in raccolte e antologie nazionali. Però è astemio.

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