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Lana e io

(Disegno in copertina del maestro Jacopo Rinaldi)

Ho sognato un futuro lontano.

Ho sognato il futuro.

Ho sognato…

dovrebbe bastare.

 

1

 

 

Quando la luna esplose Lana e io stavamo scopando.

Eravamo di nuovo saliti sul tetto per la scansione dei pannelli solari, come tutti i lunedì sera, e come tutti i lunedì sera ci eravamo portati dietro il cestino con la pappa di lumache, il pane tostato, una confezione di arance e il kit di sopravvivenza.

Mentre io passavo in rassegna i venti pannelli uno per uno, con il rilevatore di quintessenza, Lana distendeva le stuoie di paglia sintetica sul primo pannello controllato e preparava con calma la cena. Subito dopo accendeva i candelotti di maldenina per la notte.

Anche quella sera, come tutte le volte, il rilevatore non segnalò alcuna contaminazione, e per noi non fu che un’altra occasione per fare sesso. Il check-up settimanale, tuttavia, era obbligatorio, perciò mi impegnavo a completare il controllo prima del passaggio dell’ultima sentinella: quando la sfera del sole non era più visibile nemmeno attraverso la coltre di quintessenza, ripassava sulle nostre teste, accompagnata dal suo caratteristico ronzio metallico, e con un procedimento automatico scaricava dal rilevatore i dati della serata.

Quegli aggeggi avevano un occhio enorme, una telecamera, che scrutandoci dall’alto eseguiva gli altri controlli di routine. Rilevava l’utilizzo sfrenato di energia luminosa, per esempio, o la presenza di comignoli non autorizzati; coltivazioni illegali di saturnina e altra roba del genere. Erano una sorta di piccola armata aerea che vigilava su di noi come si veglia su di una coltura di granobatteri. E spesso qualcuna ci beccava proprio nel momento più caldo. Quei segaioli della stazione di osservazione ormai ne avevano fatto uno sport: non faticavo molto ad immaginarmeli dietro ai loro preziosi monitor, a smanettare ogni volta che tra un download e l’altro beccavano una coppia di comunitari avvinghiati tra loro.

 

La nostra casa era un graziosissimo villino piantato sul lato ovest della Comunità, quello che dava a picco sul mare di quintessenza, e lo spettacolo dal nostro terrazzo era tra i più invidiati dell’isola. In una giornata di sole, si potevano intravedere sulla linea dell’orizzonte le cinque vette dell’Isola dei Cavalli, l’altissimo radiofaro dei Santestellani, e con un buon cannocchiale riuscivi persino a vedere la grande diga della comunità di Last Heaven: una meraviglia architettonica!

Alle nostre spalle c’era la Cupola del Centro Osservazioni, costruita proprio in cima alla vetta più alta di Salgemma, e dietro i suoi pannelli solari e le sue infinite antenne si nascondeva il centro abitato. Ci andavamo spesso, ogni giorno per lavoro e tutti i sabati per riempire il frigorifero, ma preferivamo di gran lunga il tempo passato nel nostro piccolo angolo di paradiso che quello sprecato giù al villaggio. Gli unici che eravamo riusciti a farci piacere, in quella cazzo di comunità, erano stati i Kings, ma poi Teddy era passato a miglior vita e Genny se n’era volata via col piccolo Adam.

I Salgemmesi non erano cattivi, anzi, quando ci trasferimmo da Sant’Estella dopo la morte dei miei genitori seppero dimostrarsi molto ospitali nei nostri confronti: altre comunità, era noto, non permettevano agli “stranieri” di trattenersi più di ventiquattro ore, per ragioni di sicurezza o per semplice campanilismo. I Salgemmesi invece ci diedero subito la cittadinanza, e mi permisero finanche di licenziarmi alla scuola dell’obbligo nonostante la mia età avanzata. Però erano terribilmente noiosi, e ficcavano il naso dappertutto! Un giorno, alla palude, quel pezzo di scienza di Jerry O’Brian si era sentito in dovere di chiedermi se mia moglie a letto fosse un tornado come si diceva in giro. Ed io, educatamente, gli avevo rotto il naso con una vanga di plexiglas: il sangue era schizzato all’interno della tuta antiradiazione formando uno strano disegno sulla mascherina trasparente, come un frattale psichedelico di quelli che si vedevano alla mediateca, e lui si era spaventato così tanto da credere ch’io fossi posseduto dal diavolo in persona. Ero solo incazzato, però.

Per quanto riguarda la nostra bella casa, ad ogni modo, si trattò di una botta di culo.

Quando Lana e io ci trasferimmo nella comunità, infatti, non avevamo un credito bucato: i miei genitori erano stati bovari, come quasi tutti nella comunità di Sant’Estella, ed alla loro scomparsa avevo dovuto cedere tutte le giovenche al padre di Lana per riscattarla. Ero riuscito a tenere per me solo una piccola casa di cemento nell’entroterra, ma me ne sbarazzai per un certificato di matrimonio ed un paio di jet-pack. Dopo le “nozze” ce ne volammo a Salgemma, dove era stata scoperta una palude e si diceva abbondassero i posti di lavoro.

Arrivati sull’isola, vendemmo i nostri mezzi di trasporto al mercante del posto e con i crediti racimolati affittammo una camera in casa di quei vecchiacci dei Cohen.

Il colpo di fortuna arrivò qualche giorno dopo: il capo-comunitario aveva bisogno di un rene e nessun isolano sembrava essergli compatibile. Dio volle che il mio gruppo sanguigno fosse zero negativo: una rarità da quelle parti. In pochissimo tempo divenni soprintendente giù alla palude e cominciai a guadagnare un’infinità di crediti. Contemporaneamente Lana trovò lavoro nella sartoria di Genny e Teddy Kings (da qui la nascita di una grande amicizia), e così riuscimmo a permetterci quella reggia di casa con vista sul mondo!

 

La notte dell’esplosione lunare, dopo il passaggio dell’ennesima sentinella (lassù al centro si sarebbero slogati i polsi se solo avessero potuto lasciarne una fissa sulla nostra casa!), Lana mi venne vicino all’altezza del pannello numero 20 e si sedette accanto a me. Si sciolse i capelli, lasciandoli ricadere sulle spalle nude, e si mise a fissarmi con quegli splendidi occhi verdi. Io le tesi una mano, quasi dimenticandomi del rilevatore, e lei vi accostò il viso, delicatamente. Le passai l’altra mano fra i capelli neri come la notte e cominciai a baciarla.

Aveva già preparato l’insalata di arance, ne sentii il sapore aspro sulla sua pelle ed ebbi un eccesso di salivazione; le sue labbra però mi distrassero dal lavoro, dalle arance e da tutto il resto: i suoi baci, ecco di cosa avevo davvero fame.

Si alzò, e un alito di vento le mosse il vestitino di cotone, quadrettato, soffice, con delle farfalle disegnate sopra; mi toccò il viso con le dita e mi condusse sul giaciglio che aveva preparato per noi. L’odore secco, irrazionale, della maldenina non riuscì comunque a togliermi via il sapore della sua bocca, e quando fummo l’uno accanto all’altra, sulla stuoia ma comunque sulla superficie deformabile dei pannelli, a stento fui capace di resisterle.

«Oggi tocca a te!» mi disse «E sei fortunato…»

Guardava le stelle, e si riferiva a quel gioco infantile che avevamo cominciato una dozzina di cicli prima sull’isola di Sant’Estella, quando ancora non vivevamo insieme, e che non avevo mai avuto il coraggio di interrompere. Le piaceva, e non avrebbe fatto l’amore se prima io non avessi inventato per lei un paio di costellazioni. E quella notte fui davvero fortunato: non c’era una nuvola in cielo, e le migliaia di stelle visibili mi permettevano di disegnare qualsiasi cosa. Feci allora comparire dal nulla un arciere, con la sua cintura di diamanti, la sua lunga faretra, e le sue frecce. E un arco grande quanto metà della volta celeste. Dissi a Lana della vecchina seduta sulla sedia a dondolo, dietro di lui, intenta a crogiolarsi in attesa che il suo figliolo colpisse un qualche grosso animale, così da potersene vantare con le altri comari sparse qua e là per il cielo.

«Colpirà quell’ariete, laggiù!» indicai un gruppo di stelle che forse assomigliava di più ad una falena gigante che a un caprone e la abbracciai stringendola a me.

«Non ha una donna, questo coraggioso arciere?» mi chiese dondolando il capo.

«Se l’avesse…», le risposi, «starebbero scopando a quest’ora.» e la baciai mentre, sorridendo per la mia battutaccia, si sfilava di dosso l’abito rosso come la quintessenza.

 

2

 

Al contrario di quanto si possa immaginare, fare del sesso sul tetto di casa propria è un’operazione tutt’altro che semplice: devi prima di tutto stare attento a non urtare il cerchio di candele che ti sei costruito intorno; seconda cosa non puoi attingere al tuo repertorio di imprecazioni colorite, e tanto meno la tua partner può dare libero sfogo ai suoi gemiti di passione; il più delle volte ti ritrovi qualche ago di Yuma nella schiena… e come se non bastasse devi stare sempre all’erta per non farti riprendere da quella dannata sentinella.

Tuttavia, per quanto potesse essere irritante, il tetto era l’unico posto al mondo in cui ti poteva capitare la fortuna di concepire un figlio.

 

Non credo di essere mai stato un bravo marito, né tanto meno di averci provato: dai tempi della cometa forse nessuno lo era più stato. Ma l’amavo, questo contava, e lei amava me. Nonostante tutto. Nonostante la mia impotenza, insomma. Lana fu una delle poche donne della comunità a non giacere nel letto di altri uomini. Non che gli altri avessero spermatozoi più in forma dei miei, intendiamoci, ma all’epoca dei primi casi di impotenza nessuno si era preso la briga di supporre un’epidemia generale. E così le prime coppie cominciarono a ricorrere all’inseminazione artificiale, all’inizio, ed allo scambismo più sfrontato subito dopo. Certi uomini si mostrarono capaci di affidare il proprio letto e le proprie mogli agli esemplari maschili più virili dell’isola, per un figlio, senza esibire l’ombra di un rimorso. Lo sa Iddio quanto furono duri per me quei cicli: pensavo che Lana mi commiserasse, che mi odiasse persino, e quante volte fui sul punto di obbligarla a “farsi inseminare” da un altro uomo! Lo avrei accettato, se solo me l’avesse chiesto, perché l’amavo. Ma il suo amore fu più grande del mio.

Dopo due cicli e mezzo, ed un migliaio di tentativi, l’impotenza fu dichiarata universale. Ed io fui capace di guardare di nuovo negli occhi mia moglie.

 

L’epidemia, tuttavia, non fu effettivamente globale. Di tanto in tanto giungeva voce che in questa o quella comunità fosse nato un bambino, deforme, paraplegico o alle volte anche solo down, ma comunque vivo e umano. E non mancavano le coppie che partivano in pellegrinaggio per vedere questo prodigio con i propri occhi (e magari rimediare un colpo o due per le signore). Ore ed ore di Jet-pack per rimanere impietriti di fronte a quelle povere creature, figlie illegittime della quintessenza. È capitato anche a noi di vederne uno, sull’isola dei Cinque Cavalli, per puro caso: Lana lo aveva guardato con gli occhi di chi è costretto ad ingoiare un rospo più grande di lui, e non sembrava volergli togliere lo sguardo di dosso. La tirai via, cercando di distrarla con il cesto di bacche che avevo appena comprato, ma qualcosa in lei era già scattato. Rimase zitta per tutto il tempo dell’escursione, e una volta a casa scoppiò in lacrime: pianse per tutto il giorno e tutta la notte.

 

Nella comunità di Salgemma i casi furono due, per quanto ancora mi sembri incredibile: un piccolo down dagli occhi verdi e i capelli rossi, tutto lentigginoso, vissuto all’incirca un quarto di ciclo, di cui tutti parlarono ma che nessuno ebbe mai l’occasione di vedere, ed il figlio di Genny: l’unico bambino generato su di un tetto. L’unico bambino sano!

Il padre di Adam (così Genny aveva deciso di chiamare il neonato, che già dal nome aveva cominciato a stare sulle palle della gente) era morto poco prima che lui nascesse, a causa della biofondaia. Ed il medico dell’isola non poté esaminare il suo sperma. Quel figlio di puttana d’uno sciamano, però, sostenuto dall’intera comunità si appropriò del bambino di Genny per sottoporlo ad un ciclo e mezzo di esami clinici, un ciclo e mezzo per non cavare un ragno dal buco. E alla fine Genny, con l’ordinanza del Consiglio, riuscì a riavere il suo infante e, com’era prevedibile, pochi giorni dopo lasciò l’isola.

Genny era stata la prima donna dopo cicli di disperazione a partorire un bambino sano, e Teddy, suo marito, se l’era sbattuta una volta sola prima di farsi attaccare la biofondaia da un cane rognoso giù alla palude. E se l’era scopata sul tetto. Genny l’aveva detto a Lana, la sua migliore amica, e Lana ne aveva parlato con me. Da quel momento, tutte le volte che provammo a mettere al mondo un figlio fu sul tetto, su quelle stuoie, sui quei benedetti pannelli solari. E senza troppo discuterne quello divenne il nostro piccolo grande segreto: ne fummo così gelosi da decidere di non parlarne nemmeno con il dottore dell’isola per trovare una qualche conferma. Per egoismo, probabilmente. O forse perché avevamo paura che qualcuno ci dicesse che il concepimento di Adam era stato semplicemente un caso, nient’altro, distruggendo così la nostra ultima febbrile speranza.

 

Genny, nei cicli successivi alla sua partenza obbligata da Salgemma, spedì numerosissime lettere a Lana, tutte senza mittente e da comunità sempre diverse (così che Lana non poté mai rispondere): resoconti dei suoi lunghi viaggi attraverso il mondo alla ricerca di una comunità tollerante tale che non costituisse un pericolo per il suo bambino. E da quello che vi leggemmo, Adam, oltre ad essere l’unico bambino sano del pianeta, aveva cominciato a dimostrarsi anche molto intelligente. Genny ci narrava di come fosse riuscito ad apprendere velocemente l’uso del linguaggio, di come avesse imparato presto a camminare, a fare i calcoli, a picchiare (una volta Genny ci scrisse di essersela vista brutta con dei vaccai sull’isola dell’Orso Bianco e che se non fosse stato per Adam quelli l’avrebbero sicuramente violentata) e, ciclo dopo ciclo, ad utilizzare jet-pack sempre più complessi fino a costruirsene uno tutto suo, con le proprie mani. Un vero genio dunque, ammesso che sua madre non avesse raccontato un sacco di balle.

In una delle ultime lettere ci scrisse che avevano finalmente trovato un posto dove stare, anche perché Adam era ormai abbastanza grande e villoso da non dare più nell’occhio, su di un’isola chiamata George Washington. Un’isola che io non avevo mai sentito nominare, probabilmente lontanissima. Lana si disse contenta per loro, ma non fui mai del tutto sicuro che sotto sotto non li invidiasse. Soprattutto quando nell’ultima lettera, Genny scrisse: «Questa comunità è il Paradiso: è tutta brava gente e la principale attività dell’isola è costituita da un grosso centro di ricerca. Scienziati, insomma, che sembrano avere trovato un modo per sconfiggere la quintessenza. Hanno scoperto Adam e le sue abilità quando ci trovavamo ancora sull’Atollo di Jude, ed ora gli stanno insegnando a pilotare certi strani jet lunghissimi e con le ali. Dovresti vederlo come è felice nella sua cabina trasparente, su quei grandi uccelli di metallo, quando alza il pugno e con il pollice avverte i suoi amici di essere pronto a partire. Poi si sente un gran rumore, come un tuono, e lo shuttle (credo che si chiami così) parte e scompare all’orizzonte. Sono così orgogliosa di lui…». La lettera terminava con delle scuse che ci avvertivano che non avremmo più ricevuto loro notizie, per via di certe precauzioni adottate dalla Comunità di George.

Lana la posò in mezzo alle altre, in uno dei tanti cassetti incastonati nel muro della camera da letto, poi si accasciò per terra e cominciò a strillare. Io non ebbi la forza di andare a farle coraggio. Era un lunedì, e come tutti i lunedì mi preparai per il check-up.

 

Nella nostra lunga storia d’amore c’erano state due uniche per quanto terribili crisi. La prima aveva coinciso con la scoperta della mia impotenza. La seconda era nata come conseguenza della prima, ma non aveva mai smesso di crescere, silenziosa, ispida, dolorosa come una bruciatura: il chimerico desiderio di maternità di Lana.

 

3

 

Quando mia madre ed io andavamo al mercato, a Sant’Estella, una delle tappe obbligate era la bottega di pellicciaio del padre di Lana. Io avevo già compiuto il quindicesimo ciclo quando la vidi per la prima volta: stava cucendo assieme delle pelli, ed era così bella, così dolce ai miei occhi da ragazzino che rimasi per un istante lunghissimo a fissarla, come imbambolato, sentendomi dentro al petto non uno ma un milione di batticuori!

Aveva i capelli legati in una lunga coda, e sul viso le scendeva solo un ciuffo, come una virgola nerissima persa nel bianco candido della sua pelle; le sue labbra rosse erano serrate in una stretta ma effimera morsa, e di tanto in tanto un pezzettino di lingua faceva capolino dalla sua bocca, rendendo forse un po’ buffa quella sua fluida espressione di concentrazione. Teneva gli occhi fissi sulla pelle che stava acconciando e con entrambe le mani cercava di farci passare attraverso quel grosso ago che sembrava più grande di lei.

Era così intenta nel suo lavoro che quando trovai il coraggio di rivolgerle la parola quasi non le prese un colpo. Saltò sullo sgabello, riuscendo a dire solo «Uh!» e conficcandosi la punta dell’ago nel dito. Una perla di sangue rosso e limpido le era scivolata sulla pelle ed il suo volto si era corrugato in una smorfia di tenero disagio. Le corsi vicino e prendendole la mano abbassai le labbra sulla piccola ferita. Lana però la ritrasse e con un gesto rapidissimo la nascose dietro la schiena. La guardai arrossire per l’imbarazzo e sorrisi, non sapendo che altro fare. Lei fece lo stesso, ed io me ne innamorai perdendomi nel verde sognante dei suoi occhi…

Solo qualche giorno dopo mia madre riuscì a convincere il padre di Lana a prendermi come aiutante.

 

Ci sposammo nemmeno quattro cicli dopo, e all’improvviso la Comunità di Sant’Estella prese a starci stretta. Era un piccolo villaggio popolato per lo più da mandriani e contadini, figli di quei tecnici che avevano montato il radiofaro, molto tempo prima, e che vi si erano trasferiti subito dopo attratti dalla prospettiva di ricavare montagne di crediti dallo sfruttamento di un’isola non ancora colonizzata. Nonostante le loro conoscenze tecniche (gestire un radiofaro non era una cosa da poco!), comunque, quei bifolchi tirarono su una comunità incredibilmente arretrata, e poco a poco la natura assorbì tutte le loro ambizioni: allevamento e agricoltura diventarono le uniche risorse dell’isola. Ed inevitabilmente, il faro cessò di funzionare non molto tempo dopo.

Tutto questo per me e Lana costituiva una piccola prigione: eravamo entrambi giovanissimi, e nonostante la nostra educazione contadina cominciammo a farci dei progetti più ambiziosi. Io volevo trovare un lavoro coperto, che mi assicurasse una retribuzione periodica certa: i miei genitori potevano ritenersi felici quando non finivano un ciclo nettamente in rosso! E Lana voleva imparare la musica, ed avere un figlio. Per questo ci trasferimmo a Salgemma, e per lo stesso motivo Lana spese i primi crediti guadagnati in sartoria nell’acquisto di un violino. Io trovai una casa ed un lavoro fantastici (anche se a costo di un rene) e per molto tempo credemmo di avere coronato i nostri sogni.

Se non fosse stato per quel piccolo particolare…

Ci teneva così tanto ad avere un bambino, più che alle sue lezioni di musica, più che alla casa con vista sul mondo, più che a… più che al nostro matrimonio. Ma non lo disse mai, non a parole insomma. Tenne sempre tutto per sé, lasciando che fossero le sue lacrime ad avvertirmi che dovevo lasciarla sola di tanto in tanto, che forse era meglio se stava un po’ da sola… Perlopiù quando la sua migliore amica ne ebbe uno. Quella fu la goccia che fece straripare Lana: Adam fu il colpo più doloroso che il destino avesse mai potuto infliggerle. La sua ossessione.

E quelle lettere poi, la rendevano così nervosa, così triste, la trafiggevano da una parte all’altra come se fossero richieste di riscatto! Come se quel bambino fosse suo, come se l’avesse partorito lei… Era terribile. Il suo viso invecchiava di venti cicli ad ogni lettera ricevuta, ed una nuova ruga le spuntava sul volto dopo ogni notte di pianto. Dopo ogni notte di sesso.

La notte in cui la luna esplose per me e Lana era il millesimo tentativo, ma per lei ogni volta era come la prima volta. Tutto da capo. Ripetemmo anche quella notte lo stesso rituale di sempre: lo scanner, i pannelli, le sentinelle e la pappa di lumache, le arance, la maldenina contro le esalazioni notturne… La sua pelle nuda a contatto con la mia, i suoi occhi disperati, imploranti; le sue mani calde sul mio corpo, le sue gambe aperte. Le stelle.

Facemmo l’amore per la millesima volta, lei sopra di me, io con il volto sconfortato rivolto al firmamento. Scopammo per ore, senza gemere, senza scambiarci nemmeno un sorriso, una parolina dolce, senza urlare o ansimare come non facevamo più da chissà quanto tempo. Nel cielo sfrecciò uno strano uccello di metallo, lunghissimo, rumorosissimo, e mentre le mie mani correvano sui fianchi della mia bella lo vidi puntare verso le stelle, verso la Luna, e sentii di stare per venire. Afferrai il viso di mia moglie e la baciai, la baciai di nuovo, la strinsi forte a me e cercai di non pensare ad altro che a lei, alla sua folle utopia di diventare mamma a tutti i costi. I suoi capelli solleticarono la mia fronte imperlata di sudore ed il suo sapore mi inebriò i sensi. Il naso, le leccai il naso, le guance, le mordicchiai un orecchio e mi tirai fuori di lei. Mi abbracciò, cominciando a piangere, e le mie mani non ancora sazie cominciarono a correrle per tutto il corpo. Qualche minuto dopo le ero di nuovo dentro, con quel po’ di forza che mi rimaneva. Facemmo ancora l’amore, per minuti che sembrarono ore ai miei sensi sovreccitati. E la baciai, la baciai di nuovo, e la stavo ancora baciando quando la Luna, proprio sopra di noi, brillò devastata per tutta la volta celeste.

 

4

 

Quando la Luna esplose Lana e io stavamo scopando.

Senza alcun boato, senza alcuno scoppio, il nostro satellite si era frantumato in miliardi di piccoli e grandi pezzetti scintillanti, che lentamente cominciarono ad invadere il firmamento sostituendosi alle miriadi di stelle visibili fino a un attimo prima.

Dopo quella notte molte cose cambiarono, ed ancora, a distanza di cinquanta cicli, nessuno ne conosce il motivo.

La quintessenza prese a diradarsi e le comunità cominciarono ad estendersi sempre più rapidamente, in lungo e in largo, per il nuovo mondo. La maldenina, poco a poco, non fu più necessaria, e la biofondaia e tutte le altre malattie da contaminazione cominciarono a scomparire, una alla volta. L’acqua ritornò potabile, limpida, fresca, e sparirono le paludi.

L’uomo stava tornando a regnare sul suo pianeta.

 

Sono molto vecchio, e ne avrei da raccontare di miracoli, di storie, di ipotesi legate a quella muta deflagrazione. Ma sono pure molto stanco, e non ho tutto il tempo che vorrei.

E sono solo, ormai: Lana è morta tre quarti di ciclo dopo l’esplosione.

Ma è morta felice. Perché è morta di parto.